Una nuova narrazione montana

16 ottobre 2023

Le sfide e le criticità che debbono affrontare le genti di montagna spesso rifuggono la ragione e le conclusioni del pensiero comune. Così, il paese di Starleggia di Campodolcino, arroccato in Valchiavenna a 1565 metri, sul finire degli anni sessanta contava oltre trecento anime, una scuola elementare, pochissimi servizi e nessuna comodità. Il paradosso è che mezzo secolo più tardi, con la possibilità di avere lassù una rete 4G e il riscaldamento a pavimento, Starleggia è disabitata per dieci mesi l’anno. La storia di questi paesi ci sprona a ragionare sulle scelte di noi esseri umani, mettendo in soffitta il concetto di homo oeconomicus. Cosa dava stabilità in momenti così difficili e soprattutto cosa manca oggi? Alcuni pilastri di quella società sono stati per fortuna superati e non c’è da augurarsene il ritorno: gli sforzi immani delle donne che rimanevano sole a portare avanti prole, bestie e casolari, mentre gli uomini si barcamenavano nella ricerca di lavoro in qualche cava elvetica o lo strapotere dei parroci che con i cattolici rituali scandivano tempi e passaggi, cementando la comunità. Ma il vero argine allo spopolamento e all’abbandono fu una narrazione condivisa e interpretata da tutte e tutti con l’attribuzione di un senso al vivere lì e non altrove nonostante i disagi, le difficoltà e le mille fatiche. Prova ne è che all’insinuarsi negli anni settanta di un nuovo story telling, dettato questa volta dalla televisione e con la promessa di maggiori comodità, divertimenti e privacy, i paesi come Starleggia si spopolarono in una manciata di anni con le sue genti spostate a fondo valle e trasformate in operai e operaie. La perdita di senso ha portato con sé l’incapacità di pensarsi come comunità alpina e in qualche modo ha minato il binomio uomo-montagna, mettendone a repentaglio il futuro. Non esiste, infatti, la possibilità di vivere quei luoghi in maniera individuale: la Montagna è un complesso sistema vivente dove tutto deve trovare il modo di stare insieme.

La necessità di una nuova “narrazione montana” per la Valchiavenna è emersa in maniera palese con l’esperienza dei fondi SNAI per le Aree Interne: a distanza di qualche anno si è vista qualche ristrutturazione funzionale al turismo, ma nessun segno tangibile nella società, tant’è che al di fuori degli addetti ai lavori la stragrande maggioranza dei valchiavennaschi sarebbe in difficoltà nel definire che cosa effettivamente sia questo sostegno (benché proprio qui con la Valle del Simeto il progetto ebbe il suo sperimentale inizio prima di essere esteso alle altre settanta aree nazionali). E che non sia il fattore economico la vera minaccia alla montagna è dato anche dall’osservare un fenomeno che rende questa valle alpina molto particolare e sui generis. Dagli anni duemila, seppur da sempre presente, il lavoro frontaliere con la vicina Svizzera, assunse un ruolo fondamentale tanto da cambiare il destino della Valle. Infatti, se la crisi della manifattura mieteva vittime soprattutto in quei contesti lontani dalle città e la crescita del terziario aumentava l’attrattiva dei grandi centri a svantaggio della provincia, il rafforzamento della valuta elvetica e la fame di manodopera dell’Engadina creò una valida alternativa all’emigrazione. Grazie a stipendi due, tre volte superiori alla media nazionale per lavori senza particolari qualifiche, uniti alla relativa comodità (40/50 minuti d’auto), non avvenne e non sta avvenendo la fuga capitata altrove (mentre la denatalità si fa sentire). Eppure, questo benessere che si percepisce dalle belle villette che hanno sostituito i vecchi casolari, se individuale e senza una visione comune rischia di indebolire le basi della società montana. Poco alla volta, stagione dopo stagione, ci si rende conto che preferendo la Svizzera mancano in loco camerieri, pastori, muratori, cuochi, operai… Senza forza lavoro si sono frenati lo sviluppo delle piccole imprese del fondo valle e le capacità ricettive delle strutture turistiche a monte; l’alternativa economicamente vantaggiosa ha altresì scoraggiato la piccola imprenditoria così come l’interesse a proseguire negli studi.

Con una ricerca condotta nella primavera di quest’anno grazie anche al supporto del Politecnico di Milano, abbiamo voluto indagare la sostenibilità di questi territori montani proprio alla luce di questo particolare fenomeno, dove la ricchezza dei conti in banca privati non rispecchia una economia e società altrettanto floride. E’ emerso come in questo momento storico le risorse in loco potrebbero creare valore per le sue genti come forse mai prima d’ora: dall’energia idroelettrica alle tradizioni gastronomiche, dalle materie prime quali legno e pietra alla qualità dell’aria, senza parlare della retorica sulla sostenibilità e il chilometro zero. Quello che manca è la condivisione di un racconto comune, la narrazione che riempie di senso la scelta di vivere in montagna con orgoglio e felicità, il sentirsi parte di una comunità attiva e solidale, l’ebrezza che comporta il trovare un equilibrio con l’ambiente anche laddove è roccia, fango e ghiaccio. Che cosa può voler dire in concreto? Ad esempio, ripopolare gli alpeggi in una logica di user in alternativa a quella di ownership, spronare le aziende a concedere riduzioni di orario a fronte di impegni rivolti alla collettività, accogliere gli “ultimi” affidando loro la manutenzione di boschi, fiumi, strade.

Viviamo tempi impegnativi che necessitano scelte importanti: ragionare sul senso delle nostre comunità è il minimo che si possa e debba fare. Così, ad esempio, dalla ricerca citata è emersa la voglia di provare a costruire un momento di riflessione e scambio tra gli stakeholder del territorio, con una sana energia che probabilmente non aspettava che l’occasione per mettersi in moto. E sappiamo quanto possano essere forti e positivamente sovversive le piccole sorgenti che sgorgano dalle vette una volta che si uniscono e scendono a valle…

Iuri Scaramella

Commenti: 1 commento

  1. Alberto De Zaiacomo scrive:

    Grazie Iuri per la tua riflessione. Concordo pienamente che è necessario ripensare alla radice il modello economico e di vita delle comunità montane che mon possono sopravvivere con i guadagni accumulati in 2 mesi l’anno. È stato un piacere conoscerti nel Master al Politecnico di Milano e spero sinceramente che analisi come la tua aiutino a portare un profondo cambiamento. In futuro la qualità dell’aria che respiriamo sarà una risorsa sempre di maggior valore, già solo questo credo sia un elemento su cui rilanciare nuove value proposition.

Replica








Web design e sviluppo: Resonance