Qualche tempo fa mi hanno chiesto di partecipare a un webinar (non so bene cosa sia, comunque qualcosa che sta dentro internet) durante il quale mi è stata sottoposta la seguente domanda: che caratteristiche deve avere il buon giornalismo di montagna? Istintivamente ho risposto: A) il giornalismo di montagna non esiste; B) esiste solo il giornalismo, buono o cattivo (o una via di mezzo); C) se anche esistesse la categoria “giornalismo di montagna”, essa dovrebbe rispondere alle leggi universali del giornalismo, cioè quelle fissate dal codice deontologico del nostro ordine professionale e circoscritte ancora meglio dal Codice penale. Detto questo, me ne sono subito pentito. Mi sono sentito un vecchio arnese moralista, praticamente un boomer.

Sì perché, ad analizzare bene la questione, nell’ultimo quarto di secolo l’informazione – della montagna o di qualsiasi altro ambiente – si è talmente frammentata, perfino polverizzata, e utilizza talmente tanti canali (media) diversi, da rendere impossibile dire chi è giornalista e chi no, né fare una classifica di affidabilità delle notizie e delle fonti. Per districarsi nella massa di informazioni, immagini, dati che quotidianamente ci sommergono, si deve andare a istinto, si screma, si fa la tara, poi si decide da che parte stare: credibilità o credulità? 

Siccome sono un boomer, lasciatemi fare il mio mestiere e crogiolarmi un po’ nei ricordi del bel tempo che fu. Quando i media erano sostanzialmente due: la carta e la televisione. Mio nonno, per esempio, diceva sempre “l’han dì a la televisiun”, e questo bastava a certificare una verità assolta. Se Montanelli o Piero Ottone scrivevano una fesseria sul Corriere della Sera, provenendo dal sancta sanctorum del giornalismo italiano la fesseria passava per seria e intelligente. Nel nostro piccolo ambiente alpinistico le cose non andavano diversamente. In televisione raramente passava qualche notizia alpinistica, tragedie soprattutto, o le grandi spedizioni himalayane, mentre per vedere i film del Trento Film Festival bisognava aspettare qualche rara rassegna cittadina. La carta era dunque il veicolo migliore e più fruibile. 

Quando mi sono affacciato nel mondo dei giornali, in edicola si trovava solo la Rivista della Montagna edita dal CDA, il primo mensile a (osare di) far concorrenza alle pubblicazioni del CAI: la Rivista Mensile, Lo Scarpone e le tante altre costole sezionali sparse in tutta Italia. Chi di noi masticava un po’ di inglese o francese, e voleva fare lo sborone, mostrava agli amici qualche preziosa copia di Passage (i Cahiers de l’Alpinisme) o di Vertical. Qualche anno dopo è arrivata la rivoluzione di Alp, abbiamo scoperto il Verdon, le EB, gli spit e soprattutto una ventata di giornalismo nuovo, più spigliato e a volte iconoclasta. 

Ma era buon giornalismo? Da boomer dico: sì. Magari non c’era dietro tanta scuola, a volte la comunicazione era un po’ rozza o ingenua, ma l’alpinismo non è come la pesca sportiva, che se per vanità raddoppi la lunghezza delle tue prede non si fa male nessuno; nell’alpinismo un’informazione sbagliata può costare la vita o un serio incidente, e tutti noi, giovani giornalisti/comunicatori del settore, facevamo del nostro meglio per la pubblica incolumità.

Attorno allo scadere del millennio i computer hanno sostituito le macchine per scrivere sulle nostre scrivanie e di colpo si sono riempiti di www. Con due risultati: che per ottenere del porno non dovevi più infilarti come un ladro nelle edicole notturne; e che l’informazione, anche quella sull’alpinismo, è esplosa. Non sto a farla lunga: prima i siti, poi i blog, poi YouTube, poi le chat, poi i reels… per non parlare di tutte le app e relativi contenuti che passano oggi sui nostri cellulari. Sono innumerevoli i canali che ci informano sui guai famigliari di Messner, sulla spedizione andata storta di Simone Moro, sull’ultimo 9c (sbadiglio) di Adam Ondra, sui vincitori dei Piolets d’Or (tutti nomi sloveni che ci dimenticheremo subito).  Pochissimi di questi canali sono autorizzati dal tribunale come testate giornalistiche, e questo ai lettori, in tutta sincerità, non potrebbe fregare di meno. Chi sa più distinguere uno hater da un solido giornalista? Da involontario follower dei troppi creator (scusate i termini, giuro che non mi appartengono) anch’io faccio spesso fatica a dire cos’è falso, cos’è vero o (peggio) quasi vero. A distinguere il gossip dalla realtà. 

Un caso di gossip che nel 2025 ci ha perseguitato per diversi mesi è quello di Marco Confortola, l’“uomo degli Ottomila”. Il buon Confortola ha utilizzato ogni mezzo, soprattutto digitale, per dar lustro ai suoi exploit himalayani, metà dei quali non tanto exploit, l’altra metà incerti o inventati. L’ondata di scherno che l’ha travolto è stata peggio di un seracco del Khumbu icefall; tra i suoi detrattori (haters) un giornalista in pensione, un tempo tra i più autorevoli per gli sport di montagna, che su Facebook ha indetto una sua personale crociata. Scontro di personalità, motivazioni opache, cattivo alpinismo e cattivo giornalismo che si tengono per mano: è questo, spesso, il livello della comunicazione. (E comunque, anche in internet, a volte è più simpatico un briccone di un moralizzatore incattivito).

Ma il gossip è l’ultima spiaggia. Su internet c’è anche tanta roba buona e/o divertente. Buona è L’AltraMontagna, sezione alpina del quotidiano il Dolomiti: ecologisti impegnati, impegnatissimi, hanno fatto controinformazione militante durante le Olimpiadi invernali di Cortina. Savonarola, al confronto, is nothing. Meno impegnati ma più divertenti certi forum in cui ogni utente si sente autorizzato a dire la sua: uno di questi è GognaBlog, che dal lontano 2013 fa serissima informazione alpinistica; nella pagina dei commenti, l’administrator (giustamente a mio parere) lascia libera voce, senza mai censurare, e ciò dà adito a battibecchi, siparietti e pavoneggiamenti di sapore goliardico. 

Anche i siti però sono da leggere, e ciò potrebbe risultare faticoso se non impossibile alla Gen Z, ragion per cui oggi l’informazione viaggia soprattutto attraverso le immagini. Alex Honnold rischiava la vita in incognito fino a che Netflix l’ha reso un eroe planetario (e ricco). Climber in attività come Stefano Ghisolfi o a riposo come Magnus Midtbø sopravvivono grazie ai video brandizzati. Vecchie glorie come Alain Robert, lo scalatore dei grattacieli, e nuovi eroi come Charles Albert, il grimpeur a piedi nudi, affollano la rete con i loro reels. Ultimamente l’arrampicata è tornata cool e sexy, si vede alle Olimpiadi, nelle fiction, nelle pubblicità. Intasa i nostri cellulari e tanta più azione c’è sui display tanti più diventiamo spettatori passivi. L’ultima frontiera dell’infotainment sarà la AI. Fatti, personaggi, notizie reinterpretati dal malefico algoritmo: quel nuovo 10a liberato a Flatanger sarà vero, sarà falso? Chissà. In preda al panico corro in edicola per comprare l’ultima sopravvissuta delle riviste di montagna. Ma già, dimenticavo, le edicole sono tutte fallite.

Paolo Paci