«Toute la presse est toxique», gridavano i manifesti incollati al muro dall’Atelier Populaire nel Maggio parigino. Tutta la stampa è avvelenata. E avvelena i lettori. Suggerivano di credere solo ai graffiti, ai manifesti e ai giornali murali. Esagerazioni sessantottine, se pensiamo che quei supporti – gli intonaci – oggi si sono trasformati nel mondo dei social, che è ben più avvelenato della stampa di allora. Ma se parliamo di questioni legate alla montagna, beh, i ribelli dell’epoca – che poi nei giornali sono entrati, sia chiaro, senza troppo distinguersi dai loro predecessori – forse non avevano visto sbagliato. La montagna è di moda (fino a quando? L’editoria già sta boccheggiando), ma la maniera di raccontarla sulla stampa generalista è al grado zero. Tutto ciò che riguarda la vita oltre i 600 metri, assunti dai geografi come altitudine di confine, oggi è un blob che deborda e invade ogni spazio, una poltiglia indistinta che travolge e ingloba ogni cosa, apparentemente orientata da parole d’ordine che di mese in mese si danno il cambio: il ritorno alla montagna e il suo spopolamento, l’assalto agli ottomila e il mutamento climatico, il superman del circo alpinistico pompato da un ufficio stampa e il suo crollo improvviso alla prova dei fatti, i numeri dei soccorsi, il dibattito architettonico sui bivacchi e il loro utilizzo sbagliato, la bellezza dei sentieri e il loro abbandono, il nuovo straordinario giovane scrittore che alla prova dei fatti si sgonfia come un soufflé mal riuscito. L’overtourism, l’iperfrequentazione delle valli alpine, è stato il claim dell’estate scorsa (tremiamo a pensare che cosa ci verrà propinato quest’anno). Tutto, c’è tutto e il suo contrario – a proposito di montagna – sulle pagine dei quotidiani e tanto di più sugli schermi televisivi. Spesso sullo stesso quotidiano – e nella stessa rubrica tv – senza soluzione di continuità: a pagina 10 l’allarme sui bivacchi che diventano locali da movida e poco più avanti, nelle pagine del weekend, la classifica dei dieci bivacchi da visitare assolutamente. A governare la melassa non sono direttori e capiredattori, ma la pigrizia mentale, il copia-e-incolla di comunicati scritti male da un onnipresente ufficio stampa, la vela spiegata al vento di notizie contraddittorie, da far galleggiare in prima pagina per un paio di giorni e poi spazzare via. Al seguito vanno i social, ma quello è un problema psichiatrico.
Può accadere – è accaduto spesso, sia chiaro – che in redazione a occuparsene siano giornalisti che qualcosa ne sanno. Occuparsene non significa solo scriverne, ma soprattutto governare il flusso, gli spazi, i titoli, le fotografie, gli interventi a cornice. Un lavoro delicato e sottovalutato, ma che distingue una testata affidabile da tante altre che non hanno credibilità. Occorrerebbe presentare una notizia senza pretendere di sparare ogni volta uno scoop, trovare qualcuno che davvero abbia i titoli per commentarla, evitare di affidarsi sempre ai soliti noti che si destreggiano su tutto e mescolano la stessa sbobba nello stesso pentolone. Il “maurocoronismo” non è colpa di Mauro Corona – che fuori dalla tv e giù dai palchi dei festival è persona assennata e gradevole – ma di un sistema che lo ha reso indistinguibile da altri Corona. Reinhold Messner nel panorama italiano è stato un unicum – anche in quello tedesco – ma non è impossibile trovarne altri. Certo, il re degli ottomila aveva un curriculum come pochi altri, forse nessuno: una carriera alpinistica invidiabile, l’intelligenza, il fiuto politico, una cultura profonda a cavallo di svariati confini, il coraggio di dire no, quando gli si chiedeva di parlare fuori dal seminato. E pure senza spocchia, almeno se di fronte aveva qualcuno che capiva ciò che lui diceva. Messner si è fatto da solo, ma è diventato Messner grazie anche a una stampa avveduta che ne aveva bisogno. A lanciarlo era stato Umberto Gandini, tra gli anni Settanta e gli Ottanta, esperto giornalista del quotidiano Alto Adige e raffinato traduttore di Walter Benjamin, Kafka, Goethe, oltre che di Messner. Oggi la sua voce si è affievolita, tra mogli ingombranti e figli ingrati, mentre i suoi musei vengono svuotati, ma c’è voluto ancora lui per smontare, di recente, la post-verità del collezionista di ottomila che in realtà su parecchi di quegli ottomila non era salito.
Chi potrebbe oggi prenderne il posto? Nessuno, ma qualcuno si può far crescere. Certo, se ci si limita a mettere il microfono davanti a chi agenti e uffici marketing degli sponsor pretendono di vendere alle redazioni, lontani non si va. L’inesistenza di un nuovo Messner è causa principalmente della sciatteria che regna in redazione. In Francia, senza andare troppo lontani, si è stati capaci di far crescere una nuova generazione quasi dal nulla. Benjamin Védrines è uno di loro, nonostante dietro ci sia, ancora una volta, la macchina inarrestabile di uno sponsor potente. Ma lo sponsor ha lavorato su un giovane fortissimo, versatile su ogni sport in quota, intelligente e capace di parlare. La stampa ha fatto giudiziosamente la sua parte. Certo, Benjamin deve parlare di ciò che sa, ma i francesi lo hanno fatto crescere ed evitano di stritolarlo. Questo per dire del circolo alpinistico, poi c’è il resto, nello sfaccettato universo della montagna. Se l’ufficio marketing di una casa editrice lancia l’inaspettata e strepitosa giovane scrittrice che tutto sa di montagna, non è detto che sia proprio vero. E però il corto circuito per qualche mese funziona, le si chiede di commentare qualsiasi minchiata, purché avvenuta lassù, le si affidano corsi di scrittura, la si invita in ogni rassegna letteraria à la page. Poi qualcuno la ascolta davvero, altri leggono le sue pagine (prima ci si era semplicemente fidati delle quattro righe dell’ufficio stampa) e ci si chiede a chi mai sia venuto in mente di affidarle tutti quei compiti. Poi si passa a un altro, a un’altra.
Peggio è quando nemmeno si cerca “l’esperto”, e ci si affida al naso del collega che l’estate scorsa anziché sulle spiagge toscane è andato in vacanza nelle valli ladine, tra le montagne. Non è diverso dal fare seguire la tragedia delle Maldive a chi fa snorkeling d’estate in Sardegna: per giorni si è letto che la ragione principale della strage sott’acqua fosse la muta corta indossata dalla professoressa genovese, prima di scoprire che là sotto c’erano minimo 26 gradi e che i poveri sub sono morti per essersi perduti nella grotta e aver terminato l’aria nelle bombole. Altro che muta corta.
Torniamo a galla. Sotto accusa negli ultimi tempi sono le scarpe da trail – tradotte dalla stampa in “da ginnastica” – e l’abbigliamento leggero, senza pensare che qualsiasi app meteorologica ti dà ora per ora, giorni prima, temperature ed evoluzione della meteo: puoi capire da te che cosa metterti addosso e nello zaino, eviti di affardellarti e vai più veloce. Le previsioni sono ben più affidabili del nostro caro e antiquato Thommen. E le suole di quelle calzature sono pari o superiori a quelle di un vecchio scarpone. Non importa, l’impreparazione e l’attrezzatura inadeguata sono i nuovi mantra che spiegano qualsiasi accadimento e l’aumento, quello sì impressionante, degli interventi del soccorso alpino. Il fatto che – soprattutto l’inverno, d’accordo – buona parte degli incidenti accada a chi è più preparato, vittima dell’overconfidence – guide comprese – non sfiora chi scrive sui giornali (né, a dire la verità, gran parte del mondo CAI). Il soccorso ha fatto per la comprensione del fenomeno montagna un lavoro immenso, dotandosi di addetti sempre a disposizione e capaci di spiegare con chiarezza le ragioni di ogni tragedia: certo, occorre che dall’altra parte ci sia un redattore che qualcosa ne sa. Ma servono a poco le istruzioni del soccorso alpino se non si comprende che sta cambiando la fruizione della montagna. Il fenomeno dei trail, per dirne una, sta pian piano modificando anche il mondo dell’escursionismo. “Fast and light” non è solo un’etichetta sui capi tecnici dei produttori di abbigliamento sportivo. E lo scialpinismo nel giro di pochi anni è diventato un’altra cosa, anche qui influenzato dalla competizione (che poi i Giochi olimpici ne abbiano fatto strame, è un altro discorso, ma forse non sarebbe diventato la pagliacciata di Bormio se per tempo ci si fosse impegnati a comprenderne regole e obiettivi).
Quanto ci metterà la stampa a capirlo? Speriamo meno del tempo impiegato a interpretare la rivoluzione degli anni Ottanta, quando sulle pareti un certo alpinismo “old style” fu sostituito dall’arrampicata sportiva. E lì per fortuna esistevano riviste specializzate che comunque erano di riferimento a chi scriveva sui quotidiani. Tutto da buttare? Stampa avvelenata e che avvelena? Il panorama è bruttino, ma si potrebbero prendere ad esempio le pagine di sport, nell’epoca del calcio profondamente e fortunatamente in crisi. Il ciclismo ha successo mediatico non solo perché c’è un ragazzino che si chiama Pogačar, ma perché cronisti sopraffini come Marco Bonarrigo sul Corriere e Cosimo Cito su Repubblica ne scrivono con la competenza pretesa dai lettori che pedalano. Quando hanno annusato la grandezza di un altro ragazzino, Sinner, i direttori hanno mandato le migliori firme a seguirne le gesta. Gente che ne sapeva, per aver praticato gli stessi sport o averli studiati. Una generazione di giornalisti che ha capito come la bella scrittura non sia sufficiente, per descrivere il gesto atletico, ma devi spiegare le tabelle di allenamento, la fisiologia, la piaga del doping, le federazioni. Idem per l’atletica di Battocletti, Furlan, Diaz, Fabbri. La stampa non è morta – certo, non sta troppo bene – e non è tardi per ricominciare a raccontare la montagna come i lettori si aspettano. O anche in maniera inaspettata, ma credibile. Non serve dare giudizi, voti positivi o negativi, promuovere o bocciare i nuovi modi di salire (e di viverci), servirebbe semplicemente capire.
Della vita in montagna, di chi ci torna e dei pochi che non sono mai andati via, è quasi inutile parlare. Il montanaro per la gran parte dei giornali è ancora immaginato come il buon selvaggio, conta poco se la narrazione cozza con il fatto che lassù, tutto l’anno a presidiare il territorio, ci sta solo – o quasi – chi lavora per gli impianti di sci. Che certo non sono, almeno per i grandi comprensori, un esempio compiuto di imprenditoria locale. Ma tant’è. Prima di suggerire a un montanaro di chiudere gli impianti, meglio accertarsi che non abbia un forcone a portata di mano.
Leonardo Bizzaro









