C’è uno spartiacque, nella storia recente della letteratura di montagna, per cui esiste un prima come genere di nicchia, e un dopo come meta new age di scrittori à la page. Prima che Paolo Cognetti pubblicasse “Le otto montagne”, Premio Strega 2017, il settore era infatti popolato soprattutto da appassionati del genere. Generazioni di alpinisti si erano formate sui libri di Bonatti e Messner, omaggi in prosa alla bellezza di vette su cui l’animo umano sfogava il suo desiderio di infinito. Nella loro ideale biblioteca c’erano i romanzi di Dino Buzzati, poi i racconti di Mario Rigoni Stern, che con opere come “Uomini, boschi e api” (1980) anticipò di parecchio la futura sensibilità ecologica, e quelli di Primo Levi.
Il racconto dell’impresa tecnica, condotto in prima persona ma con tono sempre meno “macistico”, è stato a lungo il modo più immediato di parlare di verticalità. La montagna, infatti, non ha mai avuto in letteratura lo spazio del mare, forse perché, come ha scritto Erri De Luca, l’alpinismo è stato “l’ultimo capitolo” dell’esplorazione geografica. Quando però è scesa di quota, smettendo di essere solo vette e conquista, anche la letteratura si è aperta a nuovi temi e geografie, incrociandosi con nuovi generi e sensibilità comuni a lettori (e scrittori) sempre più generalisti. Un fenomeno positivo, se serve a promuovere una cultura consapevole della montagna, che rispecchia come questa entri nell’immaginario collettivo.
Il cambiamento climatico è entrato potentemente nel discorso. Di impatto ecologico della colonizzazione turistica delle Alpi si parla dagli anni ’70, ma per i meno accorti solo di recente è comparsa fragilità dove si sono sempre percepite solo forza e immutabilità. Un tema narrativamente poco accattivante, tuttavia, visto che fatica a trovare riscontro in letteratura, fa notare Amitav Ghosh in “La grande cecità”.
Eppure, il cambio di direzione culturale è in atto, come racconta il successo di Mauro Corona. A partire dagli anni ’90, lo scrittore e scultore ertano ha incantato il pubblico con il racconto autentico di una natura alpina viva e vissuta da dentro – fatto non scontato – e una scrittura ruvida ma poetica che va dritta al cuore. Parallelamente Corona, vittima e testimone della tragedia del Vajont, ha portato avanti la denuncia di una gestione sconsiderata del territorio: “Il volo della martora” ha consacrato un autore divenuto di massa senza perdere l’anima. Un vero fuoriclasse, come intuì per primo Claudio Magris.
L’ambientazione si è allargata dalle Alpi all’Appennino, dalle vette alle colline, da chi sale e poi scende, a chi va per restare. Mentre l’antropologo Vito Teti teorizzava la “restanza”, opere come “Il Duca” di Matteo Melchiorre hanno sancito la dignità letteraria della montagna di mezzo, con pochi confronti per lo stile raffinato e la storia del giovane che sceglie di restare nel borgo dove ha ereditato una grande villa decadente, investendo sul rilancio di un intero territorio.
Si sono affermati anche gli autori appenninici, spingendo la narrativa oltre quella dolorosa legata alla Resistenza: se Dino Campana non è negli immediati orizzonti, forse perché pazzo e poeta, Sandro Campani fin dall’esordio ha puntato sulla dimensione abitativa del tratto tosco-emiliano, fino al successo di “Svegliarsi presto”, imperdibile per chi va a funghi.
Lo spazio di mezzo è poi luogo di incontro con il selvatico, non solo metaforico. Inseguendo la cronaca, si è acceso il tema della coesistenza: quanti romanzi oggi che parlano di lupi e orsi, anche per bambini. Matteo Righetto aveva affrontato il tema già nel 2013 con “La pelle dell’orso”, trasposto da Marco Paolini in film.
Da frontiera per testare i limiti fisici e mentali, è emersa la dimensione curativa della montagna, dove l’alienato cittadino si riconnette con la Natura (con la maiuscola, come una divinità). Il passaggio si porta dietro un’ulteriore apertura. Basta entrare in una libreria per capirlo: scaffali pieni di titoli dedicati al giardinaggio sul balcone di casa, alla storia di fiori o funghi, alle api salvatrici della biodiversità e all’apicoltura come alternativa per i giovani allergici all’ufficio. Vale anche per il lavoro di rifugista: si legga “La strangera” di Marta Aidala. Un successo a più ingredienti: l’autrice è una giovane donna, romanza un’esperienza però vera e per contrasto affronta il delicato tema del futuro di chi in montagna ci è nato, con la prospettiva (non per forza gradita) di entrare nell’impresa di famiglia o emigrare.
L’alpinismo in tutto questo non è certamente morto, anzi. La sua narrazione si è però spostata altrove: sono i social, infatti, a rispondere all’esigenza di velocità e visibilità imposta dalla comunicazione odierna. Sempre più rari sono libri come “La via meno battuta” di Matteo Della Bordella, manifesto dell’alpinismo contemporaneo: oggi sono pochi gli alpinisti che sanno scrivere bene o non puntano solo su un’autoreferenziale performance. Dai social arriva però una nuova e inaspettata linfa. Affollano le presentazioni coloro che da follower diventano lettori di influencer ammiccanti a stili di vita neo-rurali o slow: l’ultimo esempio è “Con i piedi per terra” di Pieroad, un vicentino che nel 2020 è partito per fare il giro del mondo a piedi.
Anche il romance (spinto a suon di TikTok e self-publishing) si sta sganciando dalle tipiche location urbane: essendo un genere di evasione pura, trova facile innesco nella bellezza rigenerante delle montagne. “Non è un paese per single” di Felicia Kingsley è ambientato in un borgo del Chianti. L’ultimo trend è il romantasy (crasi con fantasy), in cui è comparso il folclore dolomitico. Chiaramente, sono opere in cui l’ambiente montano non supera l’immagine della bella cartolina.
Il rischio di questo tipo di produzioni deriva dalla natura stessa dei canali su cui esplodono: l’effimero. Perfino i titoli che fanno il botto nel giro di un paio di anni finiscono fuori catalogo. Quello dei social è un mostro assetato di inchiostro fresco da sacrificare al dio della velocità, ma dimostra una voglia di storie che non viene mai meno: e di storie la montagna è piena. C’è da aspettarsi che sempre più romanzi riescano a raccontarla oltre gli stereotipi e le derive new age.
Pamela Lainati









