di Francesco Pastorelli della Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi

Un grande evento sportivo come le Olimpiadi invernali, per le dimensioni che ha assunto, oggi non può essere ospitato da una località montana. L’edizione appena conclusa ha visto la presenza di oltre 2900 tra atlete e atleti, ben 116 medaglie d’oro assegnate in 16 discipline, mentre nella lontana edizione di Cortina 1956 gli atleti erano poco più che 800, per 24 gare che assegnavano medaglie in 6 discipline. 

Una grande città, con le sue infrastrutture, la sua capacità di ospitare migliaia di persone senza dover teoricamente far ricorso a nuove strutture alberghiere, è indispensabile per l’odierna dimensione olimpica. D’altra parte, attività sportive che richiedono la neve e la pendenza non possono che svolgersi in località di montagna. Il ticket Milano-Cortina più che una scelta è stato quindi una necessità. La sola Milano senza le aree montana del Veneto e della Valtellina non avrebbe potuto ospitare nessuna olimpiade. Anche i Giochi di Torino 2006 in realtà furono giochi distribuiti sul territorio (come dimenticare le gare di sci nelle valli di Susa e Chisone, il trampolino di Pragelato e soprattutto la pista di bob di Cesana?) ma per tutti erano e rimangono i Giochi di Torino. La montagna ha fatto solo da sfondo.

Più che opportunità di collaborazione tra città e montagna si tratta di una necessità, una collaborazione forzata, l’una non può prescindere dall’altra. Ma visto che occorre collaborare, cerchiamo di capire a chi giova questa sinergia. 

Terminate le gare, assegnate le medaglie, spenti i riflettori delle TV e tornati nei loro paesi tutti gli atleti giunge il momento dei primi bilanci. Per un bilancio complessivo occorrerà aspettare qualche anno per capire se e come verranno utilizzati alcune strutture – soprattutto nelle zone di montagna – la cui realizzazione ha sollevato critiche e discussioni. Come è stato per Torino con alcune delle infrastrutture cittadine riconvertite dopo il 2006 (si pensi al Palasport Olimpico nato per le discipline del ghiaccio e ora struttura polivalente) è probabile che anche per Milano alcune infrastrutture cittadine possano avere una seconda vita. Ma come l’area montana torinese si è trovata a dover gestire strutture insostenibili (anzi a non poter gestire ed abbandonare per eccesso di costi!) anche per alcuni impianti di gara dell’area montana veneta le prospettive future sono tutt’altro che rosee. Tra questi la pista di bob, costata 120 milioni di euro, che prospetta un costo di gestione di oltre un milione all’anno, per una disciplina praticata a livello nazionale da poche decine di atleti (e che già al termine dei Giochi risulta fortemente danneggiata per oltre un milione di euro tanto da compromettere lo svolgimento dei previsti campionati italiani). Oppure alla cabinovia Apollonio – Socrepes progettata per poter trasportare 2400 persone l’ora in occasione delle olimpiadi, ritenuta indispensabile, ma che non è stata completata nei tempi. Verrà completata e potrà funzionare a pieno regime? Quando tornerà ad esserci l’esigenza di trasportare 2400 persone l’ora per accedere alla pista delle Tofane?

Ma i siti di gara non sono che una piccola parte della partita olimpica: Cortina, Bormio e Livigno, località che hanno ospitato le gare hanno avuto di sicuro una esposizione mediatica. Ma stiamo parlando di località già famose, ne avevano davvero bisogno? E la montagna non firmata che sta tra Milano e Cortina, Milano e Bormio? Si è venuta a trovare per caso tra Milano e le sedi di gara montane, un territorio da attraversare velocemente, nemmeno l’opportunità di fare da palcoscenico per qualche giorno. Ma si tratta di un territorio indispensabile tanto per Milano che per le località famose citate prima. Che però si trova in una cronica carenza di servizi alla popolazione locale (che non vive di solo turismo), di mancanza di un sistema di trasporto pubblico efficiente. L’opportunità di ripensare in chiave sostenibile e a zero emissioni la mobilità nelle aree alpine (non solo da e verso le città) non è stata colta: come a Torino, durante le due settimane dei Giochi le navette per trasportare il pubblico circolavano con alta frequenza lungo le valli, ma conclusi i Giochi si è tornati al carente servizio di trasporto locale di prima e il traffico locale e di attraversamento continua a gravare soprattutto sulla rete stradale (destinataria degli interventi più consistenti, peraltro in gran parte bel lungi dall’essere terminati). 

Se uno degli obiettivi da centrare con le Olimpiadi era quello di riqualificare il turismo montano, e rafforzare la coesione sociale connettendo territori troppo spesso marginali, sarebbe forse stato opportuno pensare a piani integrati per la mobilità alpina basati sul potenziamento della rete ferroviaria e il potenziamento dell’intermodalità, facendo dei territori olimpici (non solo durante, ma soprattutto dopo l’evento) aree dove è possibile muoversi in maniera efficace e a basse emissioni non solo per turisti del fine settimana, ma anche per chi vive, lavora o studia.  Come richiesto anche da UNCEM, si sarebbe dovuto (e potuto) innescare quel rapporto tra montagna e città di costruzione di politiche comuni, per un nuovo patto tra valli e città. Sfida che si è persa già nel 2006 e vent’anni dopo non sembra stia andando diversamente. 

Ulteriori informazioni: Giochi olimpici invernali — CIPRA – vivere nelle alpi