di Giuseppe Dematteis

Filippo Barbera, Le piazze vuote. Ritrovare gli spazi della politica, Laterza, 2023. 160 pagine

Un libro di grande interesse per chi ha a cuore i problemi delle montagne, perché mostra come essi vadano affrontati attraverso la ricerca di soluzioni collettive orientate a un futuro più giusto per tutti, compreso chi – persona, gruppo sociale o territorio  ̶  sta ai margini. Che cosa sia giusto o ingiusto non viene trattato in astratto, ma con riferimento allo spazio abitato terrestre, a partire da quello della vita quotidiana, perché è l’interazione ravvicinata delle persone comuni nei “luoghi pubblici” che permette il confronto di aspirazioni, idee, pratiche e progetti, da cui possono derivare azioni politiche “giuste”. La tesi di base è che per farsi azione la domanda di giustizia deve uscire dal privato per essere condivisa da tutti: dalle élite che comandano fino agli “ultimi” che non hanno voce. E’ una giustizia che riguarda il bene comune a tutte le scale, a cominciare da quella delle persone-nei-luoghi (le “piazze” del titolo) che, favorendo l’interazione ravvicinata delle persone comuni, diventano “spazi della politica”.

Il discorso si sviluppa in tre capitoli. Il primo (Gli spazi quotidiani) riguarda l’organizzazione spaziale della sfera pubblica che permette ai bisogni individuali di tradursi in soluzioni collettive, frutto di intenzionalità condivisa. Il secondo (Gli spazi delle élite) spiega come la distribuzione delle risorse che tende ad avvantaggiare le classi dirigenti debba confrontarsi con i bisogni, gli interessi e i valori di chi è lontano dal potere. Il terzo capitolo (Gli spazi e i luoghi) mette in discussione  l’egemonia del modello neoliberale  basato su una concezione di “spazio-senza-luogo”, contrapponendola a “una diversa idea di spazio come luogo-di-vita dove far atterrare l’incontro tra domanda e offerta di futuro”: un “atterrare” che non è metaforico, ma si riferisce alla Terra intesa come “Gaia” e al significato della parola “terrestre” esteso a tutti i viventi e agli agenti naturali con cui dobbiamo interagire per abitare il pianeta e per difenderci da minacce come quelle derivanti dal cambiamento climatico. In questo capitolo si spiega come il policentrismo caratteristico del nostro paese non si limiti ai tanto decantati borghi della Bellitalia, ma comprenda anche quelli marginalizzati (la Bruttitalia), non meno ricchi di senso. Questo ragionamento si allarga poi a tutti i “luoghi che non contano”. È il caso di quelli montani, esclusi i pochi che “contano” perché “la lente deformante del turismo come locomotiva” li ha fatti diventare dei luna park per le vacanze di mezza Europa all’insegna della privatizzazione e della patrimonializzazione. A questa “impostazione classista, vecchia, sbagliata e cieca ai luoghi” l’autore oppone quella in cui il benessere quotidiano di una comunità deriva dalla cura di spazi, edifici e infrastrutture sociali di prossimità (biblioteche, servizi pubblici capillari e decentrati, esercizi commerciali di vicinato ecc.) che “danno corpo alla materialità della sfera pubblica” e costituiscono “l’infrastruttura capillare dei diritti di cittadinanza”. 

Come geografo condivido l’idea che la politica vada ricostruita a partire dai suoi spazi e li vedo anche come “territorio”, cioè come un insieme di valori (naturali, patrimoniali e di posizione) sui quali c’è sempre chi esercita (o aspira a esercitare) un controllo più o meno esclusivo. Henry Lefebvre, rifacendosi al presupposto marxiano che i rapporti sociali sono sempre mediati da cose, ha dimostrato in La production de l’espace che lo spazio dei rapporti sociali e politici, oltre ad essere quello delle “piazze” dove si scambiano idee, giudizi, valutazioni ecc. è anche quello fisico (naturale e costruito) del nostro abitare terreste, fatto di cose che entrano come materia, mezzo e scopo in rapporti sociali tendenzialmente conflittuali, capaci di orientare le decisioni politiche. Che questo tipo di spazio sia sovente sottovalutato, il libro lo dimostra dove parla dell’errore dei sindaci che “governano le città con la montagna alle spalle e lo sguardo speranzoso alla pianura, come se la montagna non contenesse niente capace di generare ricchezza o benessere anche per la città” (p. 131, corsivo mio). D’altra parte l’importanza politica degli spazi fisici montani come materia di rapporti sociali è ampiamente dimostrata dai programmi, dalle azioni e dalle norme relative alla gestione delle risorse agro-silvo-pastorali e all’uso dei servizi ecosistemici.