a cura di Oscar Gaspari con Fondation Èmile Chanoux- www.fondchanoux.org
La seconda guerra mondiale, voluta da Adolf Hitler, spalleggiato da Benito Mussolini, era iniziata con la morte di decine di migliaia di giovani montanari di tutta l’Italia morti da alpini, nei Balcani e in Russia. E quelli che riuscirono e ritornare, in molti, si ritrovarono a combattere, questa volta nelle loro montagne, nella guerra di Resistenza contro i nazi-fascisti combattuta tra settembre 1943 e aprile 1945.
In quei mesi le montagne tra l’Appennino centro-settentrionale e le Alpi furono segnate da guerriglie, battaglie, rastrellamenti e grandi, enormi massacri che contribuirono a un micidiale spopolamento delle terre alte, già forte durante il periodo fascista. In quei terribili mesi le comunità delle montagne furono però anche protagoniste di progetti di una nuova vita democratica nelle Zone libere o Repubbliche partigiane, che dir si voglia. E proprio all’inizio della Resistenza, nell’autunno 1943, un gruppo di antifascisti delle montagne idearono un grande progetto che era sia utopico, in quanto auspicava l’unità europea, a partire da quella dei popoli delle Alpi, sia concreto, perché rivendicava i diritti delle comunità delle montagne sulle risorse naturali delle terre alte.
Il progetto venne presentato nella Dichiarazione dei rappresentanti delle popolazioni alpine, redatta da resistenti antifascisti delle Valli valdesi del Piemonte, protestanti, e della Valle d’Aosta, cattolici, riuniti il 19 dicembre 1943 a Chivasso, in provincia di Torino.
I firmatari della Dichiarazione erano per la Valle d’Aosta, i cattolici Émile Chanoux, notaio, leader della Jeune Vallée d’Aoste e del Comitato di liberazione nazionale locale, morto per le torture dei nazifascisti il 18 maggio 1944 ed Ernest Page, avvocato già affiliato al Partito popolare italiano; per le Valli valdesi, in provincia di Torino, erano: Giorgio Peyronel e Mario Alberto Rollier, entrambi docenti di chimica a Milano, rispettivamente all’Università e al Politecnico, Osvaldo Coisson e Gustavo Malan, studenti universitari (il primo si interessava di etnografia, il secondo era laureato in economia e commercio).
Gran parte degli studiosi ha evidenziato nella Dichiarazione il momento utopico: l’ideale federalista, sia europeo, sia nazionale, il riferimento alla Svizzera come modello di paese alpino e federale, e le prospettive connesse al federalismo a partire quelle culturali come il bilinguismo italo-francese e la libertà religiosa.

È su questa base che la Dichiarazione del 1943 è stata considerata come una filiazione del progetto europeista del Manifesto di Ventotene del 1941 e promosso successivamente dal movimento federalista europeo che aveva tra i suoi fondatori Rollier, uno dei valdesi firmatari a Chivasso. Per la sua indiscutibile vicinanza al Manifesto la Dichiarazione dei rappresentanti delle popolazioni alpine è stata ridotta a semplice declinazione locale – nemmeno montana, ma solo locale – del documento del 1941 e, per meglio assimilarlo al primo, la Dichiarazione è stata chiamata Carta di Chivasso cancellandone, così, le radici alpine.
Del documento dei rappresentanti delle popolazioni alpine è sprofondato nell’ombra anche l’intimo legame che i rappresentanti avevano stabilito tra la gestione del territorio e delle relative risorse naturali e le loro popolazioni, nel loro territorio, a partire dalla questione chiave dello spopolamento montano.
La Dichiarazione sottolineava che la gestione del territorio e delle risorse naturali fatta durante il fascismo era stata tra le cause fondamentali del disastro economico che aveva provocato lo spopolamento alpino. I disastri provocati dalla dittatura si sarebbero dovuti sanare con «Autonomie politiche amministrative», «culturali e scolastiche» ma anche, e soprattutto, con «Autonomie economiche».
Per facilitare lo sviluppo dell’economia montana e conseguentemente combattere lo spopolamento delle vallate alpine, erano necessari un comprensivo sistema di tassazione delle industrie che si trovano nei cantoni alpini (idroelettriche, minerarie, turistiche, di trasformazione, ecc.) in modo che una parte dei loro utili torni alle vallate alpine, e ciò indipendentemente dal fatto che tali industrie siano o meno collettivizzate […] Il potenziamento dell’industria e dell’artigianato (E. Chanoux, Federalismo e autonomie, Partito d’Azione, Collezione Quaderni dell’Italia libera, 26, s.d. ma 1944; pp. 11-12).
Nella futura Italia libera la prima misura economica avrebbe dovuto obbligare le principali industrie delle montagne «idroelettriche, minerarie, turistiche, di trasformazione ecc.» a pagare tasse a vantaggio delle vallate alpine e, il fatto più importante, era che avrebbero dovuto pagarle sia in caso di un sistema politico-economico di tipo liberale-capitalistico, sia comunista-collettivizzato. Questo perché, evidentemente, alle comunità delle montagne importava poco prendere parte all’aspro dibattito che divideva in due campi avversi i partiti della Resistenza e che avrebbe continuato a dividere l’Italia, e il mondo, per altri decenni ancora tra i seguaci di un sistema comunista e quelli di uno liberaldemocratico: le genti delle montagne vantavano diritti inalienabili sulle risorse naturali del proprio territorio che un governo di qualsivoglia orientamento politico avrebbe dovuto riconoscere.
Si trattava di principi assolutamente innovativi e fondamentali anche per la storia della Resistenza, come dimostra la pubblicazione di quel documento nel 1944, nel n. 26 dei Quaderni dell’Italia libera, preceduta da due testi introduttivi di Peyronel (che firmava con la sigla «L.R.»), il primo dedicato alla figura e all’opera di Chanoux, appena assassinato dai nazifascisti, il secondo alla Carta stessa. Il documento era seguito dal testo Federalismo e autonomie di Chanoux, nel quale il martire valdostano approfondiva la Dichiarazione anche dal punto di vista economico.
In quel testo Chanoux chiariva: «Ciò che i rappresentanti di queste valli hanno affermato [nella Dichiarazione] vale per tutte le regioni italiane, per i piccoli popoli che formano quel tutto che è il popolo italiano». Poco dopo Chanoux faceva riferimento prioritario a tutti i popoli delle montagne per le quali: «Nell’asservimento politico crollava anche ogni iniziativa economica locale» dovuto, in particolare, al saccheggio delle risorse naturali: foreste, territorio a fini turistici. Citava le operazioni speculative di Cervinia e Sestriere e delle acque per usi idroelettrici, che aveva aggravato lo spopolamento delle montagne.
Mettere in primo piano sempre e solo la valenza federalista della Carta, come dell’appena citato scritto di Chanoux, significa tralasciare una parte essenziale del progetto dei rappresentanti delle popolazioni alpine e, soprattutto, del pensiero del martire valdostano che in Federalismo e autonomie, come sottolineava lo stesso Peyronel nel 1949, manifestava sì la «esigenza di una federazione europea» ma anche le rivendicazioni economiche, per tutte le popolazioni alpine, [che] furono ulteriormente ampliate e maggiormente dettagliate, tanto che il manifesto inizialmente concepito come espressione delle sole minoranze mistilingui, divenne, nella sua, redazione finale, il manifesto, di tutte le popolazioni alpine per le quali sussistono in realtà molte condizioni a cui il manifesto si richiama, data la loro posizione di confine (G. Peyronel, La Dichiarazione dei rappresentanti delle popolazioni alpine al Convegno di Chivasso il 19 dicembre 1943, in «Il movimento di Liberazione in Italia», n. 2, luglio 1949, p. 19).
Di tutta questa elaborazione si è semplicemente persa memoria, quasi che le montagne e le loro popolazioni non fossero mai state presenti nella storia, né avessero oggi alcun ruolo da rivendicare. Né la storia della guerra di Resistenza, né la storia del movimento federalista europeo sembrano ricordare la questione della gestione delle risorse: foreste, miniere, territorio a fini turistici e acque per usi idroelettrici, il cui sfruttamento va a vantaggio, soprattutto, della pianura mentre non solo poco o nulla resta ai sempre più pochi abitanti delle terre alte, ma il cui territorio soffre di un eccessivo sfruttamento, in particolare turistico, senza che nessuno sembri accorgersene, quasi che solo i popoli delle aree del cosiddetto Sud del mondo possano vantare il rispetto dei diritti sui propri territori e non, invece, anche le comunità di Alpi e Appennini.









