Una volta la montagna stava nel ghetto. Di alpinismo scrivevano solo gli alpinisti sulle riviste di alpinismo, di demografia i demografi, di sociologia i sociologi e così via. Le eccezioni erano per l’appunto eccezionali, perché riuscivano a bucare il muro della specializzazione. Per esempio Walter Bonatti, tra gli alpinisti, che in vita aveva costruito il monumento di se stesso ed era perennemente sotto i riflettori dei media e il mirino degli invidiosi. Un eroe popolare. Oppure Mario Rigoni Stern, che tutti identificavano come lo scrittore dell’Altipiano e leggevano quando avevano nostalgia della montagna di una volta, anche se Rigoni non era affatto un nostalgico, ma semplicemente il montanaro che sapeva raccontare. Uno scrittore popolare. Oppure Nuto Revelli, che nella monumentale registrazione del mondo alpino perduto ci mise in guardia sulla leggerezza con cui stavamo abbandonando la civiltà contadina votandoci a un sistema che trasformava la cultura del risparmio in obbedienza al consumo. Un intellettuale quasi popolare, che oggi gli editori considererebbero marginale.
Perché oggi, al contrario di ieri, di montagna parla e scrive chiunque, anche chi non sa, o peggio ripete cose lette e luoghi comuni, con il vantaggio che le terre alte sono finalmente uscite dal ghetto e lo svantaggio che si ripetono supinamente le solite favole, aderenti più al nuovo mito del “mountain correct” che alla rappresentazione della realtà. L’esempio più eclatante è l’ambientalismo, un tempo osteggiato anche da certe riviste di settore. Ha invaso come una patina di melassa siti e pagine di ogni genere, dando per scontato che tutti appartengano alla vasta e indefinita categoria dei protettori della natura, che gli speculatori siano cattive persone e che chi va in montagna la ami e la difenda a prescindere, ci mancherebbe altro. Poi ci guardiamo intorno e scopriamo una politica (e una cultura) basata quasi esclusivamente sul profitto, non sulla distruzione di per sé ma sul primato del denaro, come non esistessero altri valori. E infatti. La narrazione non ne tiene conto, purché la montagna continui a essere santuario di natura incontaminata e scrigno di buoni sentimenti. Altro luogo comune è l’incontro tra il montanaro e il cittadino, che in effetti è andato migliorando nel tempo ma non è affatto scontato, né facile, né risolto, e pone ancora una contro l’altra due visioni distanti del mondo, anche se ne condividiamo e consumiamo uno solo. Si racconta che tutti vadano a stare in montagna, o che vorrebbero, trascurando le forze contrarie in campo, fingendo di non vedere che ai politici non importa dei montanari perché sono pochi e portano pochi voti, e che i montanari per nascita – per via di antichi pregiudizi, campanilismi, chiusure ataviche – non mostrano particolare benevolenza verso i cittadini che decidono di salire da loro. Si registrano scontri e ostilità ovunque, ma non se ne scrive perché in montagna no, lì non può succedere, lassù è diverso. E invece non lo è. Infine la montagna salvifica, che ti prende come una carezza zen e ti cambia, anche se la maggior parte delle persone sale in quota a imitare il selfie di un influencer, a sciare con caschi obbligatori su nevi programmate o a cercare le mete di internet pilotate dal mercato turistico. Ma del turismo di massa non scrive nessuno perché è sempre la malattia degli altri – io turista?, non sia mai –, salvo quando diventa overtourism e ammazza platealmente se stesso, bucando qualche schermo e offuscando qualche stereotipo. O creandone di nuovi.
Insomma, c’è una distanza da colmare tra la realtà dei fatti e la loro narrazione contemporanea, e su questo dovrebbero concentrarsi la divulgazione e la comunicazione di ogni genere: giornalismo, scrittura, cinema, video, podcast… Lo sforzo giornalistico riguarda soprattutto l’on line, perché di carta sono rimasti solo Meridiani Montagne, che propone monografie geografiche, e La Rivista del CAI, monografica anche lei ma con taglio trasversale. Due buoni giornali. Il resto – a cominciare dai social – contribuisce alla bulimia dell’informazione, tanto abbondante quanto incontrollata.
Se si vuole comunicare qualcosa, se si abbandona l’ipocrisia del “mountain correct”, se la favola del Mulino Bianco non ci commuove più, sembra che l’unica strada sia accettare il vero. E raccontarlo. Si sono fatti passi avanti, ci sono alcuni organi di controinformazione, ma il lavoro è ancora notevole e a suo modo eversivo, perché in fondo le favolette fanno comodo a tutti: a chi fa soldi privati con finanziamenti pubblici e spera di continuare a farli; a chi spaccia montagne che non esistono; a chi cerca di vendere più giornali, libri, like e consensi; a chi vorrebbe mettersi a posto la coscienza; a chi non ce l’ha.
Enrico Camanni









