di Silvia Spinelli Presidente rete Rifai
Negli ultimi anni le aree interne sono tornate nel lessico delle politiche pubbliche. Strategia nazionale, fondi europei, programmi per i borghi, iniziative per l’innovazione territoriale: il tema è rientrato con forza nell’agenda istituzionale. E dentro questo ritorno di attenzione compare sempre più spesso una figura ricorrente: quella dei giovani che restano, tornano o scelgono di trasferirsi in territori marginali.
Nel dibattito pubblico questi giovani sono spesso raccontati come protagonisti di una nuova stagione di attivismo territoriale. Giovani amministratori locali, imprenditori agricoli, operatori culturali, progettisti sociali, innovatori civici. In molti casi portano competenze maturate altrove, familiarità con strumenti progettuali, capacità di muoversi tra reti locali e programmi europei.
Questa presenza rappresenta senza dubbio una delle principali novità degli ultimi anni. In diversi territori sono proprio giovani professionisti o amministratori a intercettare risorse, costruire partenariati, avviare progetti di rigenerazione, valorizzazione delle filiere locali, turismo lento o welfare di comunità.
Ma se si osserva il fenomeno più da vicino, il quadro appare meno lineare di quanto suggerisca la narrazione pubblica.
La prima criticità riguarda il contesto strutturale in cui queste esperienze si muovono. Le aree interne continuano a essere segnate da carenze che non riguardano solo lo sviluppo economico, ma la vita quotidiana: accesso ai servizi sanitari, trasporti, scuole, connessioni digitali. Senza un rafforzamento reale di queste infrastrutture sociali, ogni iniziativa rischia di restare isolata rispetto alle condizioni materiali del territorio.
Una seconda fragilità riguarda il modo in cui vengono costruite molte politiche territoriali. Una parte consistente delle opportunità disponibili per chi vuole investire o lavorare nelle aree interne prende forma attraverso bandi, progetti sperimentali o programmi con una durata limitata. Questo modello ha certamente favorito l’emergere di iniziative innovative, ma ha anche prodotto un ecosistema spesso instabile.
È qui che emerge una contraddizione di fondo che raramente viene esplicitata. Quando un giovane decide di trasferirsi in un’area interna o di tornarci dopo anni trascorsi altrove non lo fa per aderire a un progetto. Lo fa perché decide di viverci.
Per le politiche pubbliche quella presenza è spesso legata a una progettualità: un bando, un programma, una sperimentazione. Per chi si sposta, invece, si tratta di una scelta esistenziale. Significa scegliere dove lavorare, dove costruire relazioni, dove immaginare il proprio futuro.

Questo scarto tra logica progettuale e logica biografica è uno dei nodi più sottovalutati del dibattito sulle aree interne.
All’inizio lo scarto resta invisibile. Chi arriva o torna accetta una fase di incertezza, partecipa a bandi, avvia attività, investe energie. Ma quando diventa chiaro che le opportunità disponibili sono episodiche e che mancano condizioni strutturali per vivere stabilmente, lavoro continuativo, servizi affidabili, prospettive di medio periodo, la scelta di andarsene torna a essere razionale.
Non è una questione di motivazione o di spirito di sacrificio. È una questione di sostenibilità della vita quotidiana.
Per questo il problema non è semplicemente “attrarre giovani”. Il punto è creare condizioni che rendano possibile restare. Senza questo passaggio, molte politiche rischiano di produrre una dinamica paradossale: brevi cicli di entusiasmo progettuale seguiti da nuove partenze.
A questo si aggiunge un ulteriore elemento, meno visibile ma altrettanto rilevante: il rapporto tra innovazione e contesti locali. In diversi territori i giovani che provano a introdurre cambiamenti si muovono dentro sistemi istituzionali fragili, amministrazioni sotto-organico e dinamiche sociali consolidate. Il ricambio generazionale nei ruoli decisionali non è automatico e spesso incontra resistenze implicite.
Nonostante queste criticità, sarebbe sbagliato leggere il fenomeno solo in termini di difficoltà. La presenza di una nuova generazione attiva nelle aree interne rappresenta comunque una risorsa importante. Non perché questi giovani possano “salvare” i territori, ma perché introducono nuove competenze, nuove reti e nuovi modi di interpretare lo sviluppo locale.
Proprio per questo motivo il punto decisivo riguarda la qualità delle politiche pubbliche. Se le aree interne vengono trattate come spazi di sperimentazione temporanea, anche le traiettorie di chi vi si trasferisce tenderanno a restare temporanee. Se invece diventano oggetto di investimenti strutturali, nei servizi, nelle infrastrutture, nelle amministrazioni locali, allora le scelte individuali possono trasformarsi in processi di radicamento.
Le aree interne non sono solo territori in difficoltà. Sono anche luoghi in cui si gioca una parte importante della capacità del Paese di immaginare modelli di sviluppo meno concentrati e più equilibrati. Ma perché questo accada, è necessario smettere di pensare alla presenza dei giovani come a una variabile progettuale. Per chi decide di viverci, non è un progetto. È una scelta di vita.









