di Giuseppe Dematteis

Nel 2019 il Manifesto di Camaldoli “Per una nuova centralità della montagna” (2019) aveva opposto l’emergente centralità del suo titolo a quella ben nota dei centri urbani e metropolitani. Erano due centralità diverse, corrispondenti a ciò che ciascuno di questi due territori aveva in maggior misura, mentre all’altro maggiormente mancava: nel primo si concentravano le funzioni politiche, econo- miche e socio-culturali di livello più elevato e nell’altro i caratteri ecologico ambientali e paesaggistici di maggior pregio. Era come se nello spazio compreso tra la metropoli e la montagna si dise- gnassero due immaginari gradienti di valore, tra loro opposti, che andavano dal massimo di un polo al minimo dell’altro, da cui l’idea che si potesse ridurre lo squilibrio tra la metropoli e la montagna riducendo la loro pendenza. Sia portando un po’ di servizi in mon- tagna e un po’ di natura in città, sia favorendo l’accesso dei “citta- dini” alla montagna e quello dei “montanari” alla città. Questa concezione suggerì la prima idea della metromontagna come un sistema di area vasta in cui un centro metropolitano e un territorio montano confinante potevano realizzare un interscambio basato sulla loro complementarietà. Era una soluzione proponibile per si- tuazioni come quella torinese, genovese o bolognese, ma che non si adattava a metropoli come ad esempio Milano e Roma che esercitano la loro influenza su aree montane più lontane e sfrangiate. In questi casi venne allora proposta una seconda versione nella quale gli scambi montagna-metropoli non richiedevano un contatto tra i rispettivi territori, ma potevano essere mediati da cen- tri urbani minori interposti, come ad esempio Lecco per Milano, Rieti per Roma, Benevento per Napoli e così via. Questa concezione, partendo da uno studio sperimentale con- dotto sul territorio della Città Metropolitana di Torino e restituito nel volume “L’interscambio montagna città” (Dematteis G., Cor- rado F., Di Gioia A., Durbiano E., 2017, Franco Angeli), suggerì la prima idea della metromontagna come un sistema di area vasta in cui un centro metropolitano e un territorio montano confinante potevano realizzare un interscambio basato sulla loro complementarietà. Era una soluzione proponibile per situazioni come quella torinese, genovese o bolognese, ma che non si adattava a me- tropoli come ad esempio Milano e Roma che esercitano la loro in- fluenza su aree montane più lontane e sfrangiate. In questi casi venne allora proposta una seconda versione nella quale gli scambi montagna-metropoli non richiedevano un contatto tra i rispettivi territori, ma potevano essere mediati da centri urbani minori inter- posti, come ad esempio Lecco per Milano, Rieti per Roma, Bene- vento per Napoli e così via. Questa versione anticipava sotto certi aspetti alcune letture che hanno preso forma negli anni più recenti quale quella della metropoli reticolare pedemontana, proposta in forma sistematica da Cesare Emanuel a quella dei territori urbano montani e altre illustrate in questa raccolta di saggi. Da qui dovranno partire i prossimi sviluppi analitici e progettuali.

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