di Cesare Emanuel

Devo riconoscere che è stato utile rileggere “Le città invisibili” di Italo Calvino mentre, con il mio collega Gianfranco Spinelli, mi apprestavo a iniziare le elaborazioni statistiche e cartografiche destinate a definire una mappa della metromontagna alpina. Ciò almeno per due ragioni: la prima è che le città invisibili sono 55 artifici retorici che Calvino ci mette a disposizione per indirizzarci nell’analisi e nella selezione dei contenuti logici e fattuali dei cambiamenti che contrassegnano la nostra epoca. Con la mano destra che raccoglie le documentazioni statistiche, ben poco poetiche, che argomentano le relazioni tra metropoli e montagna, e la sinistra che sorregge il volume, la scelta dell’artificio retorico ricade su Ersilia, la città in cui gli abitanti per stabilire i rapporti di parentela, di scambio, di autorità, di rappresentanza tendono dei fili colorati tra gli spigoli delle case. “Quando i fili sono tanti che non si può più passare in mezzo gli abitanti vanno via: restano solo i fili e i sostegni dei fili. Dalla costa di un monte accampati con le masserizie guardano l’intrico di fili stesi e pali che s’innalza nella pianura. È quello ancora la città di Ersilia, e loro sono niente”. Questo, a mio avviso, è uno straordinario fermo immagine della transizione urbana in corso e dunque del disallineamento o del mismatching, in cui siamo coinvolti; ancor più precisamente del sopravvento che stanno assumendo le forze e i soggetti portatori del nuovo che avanza, e che correntemente surroghiamo sotto l’espressione di globalizzazione, a fronte di una resistenza, pressocché spezzata, dei perdenti che ripiegano e vivono, al contrario, il gioco dell’innovazione e del cambiamento. 

La seconda ragione dell’interesse che genera il volume è che Calvino non esercita la sua abilità narrativa nella sola rappresentazione dell’esistente, ma con esso, e attraverso esso, individua delle linee o dei percorsi controintuitivi la cui sorgente generativa è esposta nelle ultime due righe del volume: “cercare e saper riconoscere chi e che cosa in mezzo all’inferno (che lui identifica come la metafora dell’alienazione urbana) non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Retroagendo sul testo di Ersilia troviamo una conferma di questo percorso con la voce fuori campo che, per chiudere il racconto, recita: “ragnatele di rapporti intricati che cercano una forma”. Assumendo come riferimento il concetto di metromontagna sembra addirittura che Calvino ci inviti a riconvertire questo neologismo in un artificio pratico-operativo capace di far emergere dentro allo stato di fatto l’esistenza di talune precondizioni che permettono di identificarlo con ciò che “non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. 

Prendendo sul serio questo principio guida, con i dati e le informazioni raccolte abbiamo provato a compiere questo esercizio iniziando ad accostare e comparare le dinamiche urbane e territoriali che si riscontrano nel versante alpino italiano e nell’avampaese padano. Per partire in questa rassegna però dobbiamo intenderci sulla natura e sulle caratteristiche del contesto geografico di base su cui operiamo; la metromontagna alpina, oggetto della nostra ricerca, delinea un sistema di relazioni che si genera in una delle prime global city region industrializzate del mondo caratterizzata, tuttavia, dal presentarsi, ed essere vissuta, come territorialmente frammentata. In essa comunque i caratteri fondanti del cambiamento (impresso dalla globalizzazione) ci sono tutti: i valori e le performance del Nord-Ovest “fordista” che transitano verso il Nord-Est “post-fordista” e “post-distrettuale”, Milano che prende il sopravvento sulle altre due metropoli del non più attuale “triangolo industriale”, e che a loro volta stentano ancora ad adeguarsi al nuovo corso, una “controurbanizzazione” che cede il passo all’inverno demografico e alla ripresa del declino dei centri più piccoli e che soprattutto pagano il conto all’arresto dei movimenti demografici, della varietà economica preesistente e anche dell’avanzata dell’incolto, del dissesto idrogeologico e degli esiti del cambiamento climatico. Di per sé questi segnali non sarebbero veri e propri drammi se li confrontiamo con gli “inferni” che caratterizzano altre aree del mondo: sono le manifestazioni delle cosiddette within inequality, ovvero delle diseguaglianze, o delle disparità, che si producono all’interno dei confini nazionali dell’occidente e delle delocalizzazioni che avvengono anche in aree ubicate in prossimità dei nuovi poli dell’innovazione che si vanno consolidando. La nostra ricerca su ciò che potenzialmente “non è inferno” ha così individuato tanto nell’avampaese quanto nella montagna alcuni agenti abilitanti di un potenziale upgrading presente in questi territori. Nell’avampaese sono le città medie e medio-piccole che, soprattutto fuori dai confini dell’area della “grande Milano”, sono state in grado di non perdere la loro capacità evolutiva facendo leva sulle competenze che le connotano, corredandole con le funzioni e le attività terziarie generatrici di maggior valore aggiunto senza tuttavia perdere il contatto con le operationsmanifatturiere, che a loro volta si sono riqualificate in termini di sviluppo tecnologico e organizzativo. 

L’immagine più efficace di questo risultato la offrono l’Istituto Tagliacarne e Mecenate ’90 che dimostrano come esse si configurino come “città plastiche” che hanno saputo tradurre questi impegni in un rilevante accrescimento del valore aggiunto pro-capite, del reddito medio imponibile, dei tassi di crescita e vivacità imprenditoriale, di presenza di imprese straniere, di attrattività territoriale, di posti letto ospedalieri per specialità ad elevata assistenza, di Università che esercitano il ruolo di ascensore sociale anche per territori ben più vasti di quelli in cui sono ubicate, e così via. Sarebbero queste talune delle manifestazioni che si offrono quale alternativa al modello duale dello sviluppo urbano che soprattutto negli States si ripartisce ormai nettamente tra le Booming city delle coste e le Broken city delle pianure centrali. Nella nostra ricerca, a compendio di questi risultati, introducendo il posizionamento geografico di queste unità e i processi di infrastrutturazione che le connettono e le aprono all’esterno abbiamo potuto riconoscere nelle interdipendenze delle loro performance e delle rispettive dotazioni funzionali le forme e le relazioni di una metropoli reticolare che lambisce, come una collana, l’area pedemontana alpina da Cuneo a Trieste. 

Non meno interessante è però osservare ciò che parallelamente compare nelle Alpi in cui finalmente comincia ad arrestarsi il declino demografico. Pur scontando lo scarto di sviluppo che si manifesta tra l’area alpina nel suo complesso e quella dell’avampaese, e al suo interno tra quella trentina e il resto delle Alpi, le lenti di ingrandimento tematico delle nostre carte ci mostrano come benché siano le valli principali che solcano il rilievo a manifestare le maggiori spinte evolutive persista un “portafoglio territoriale” di attività e di specializzazioni produttive diversificato, aderente alle differenziazioni territoriali e in grado di suggerire una traiettoria di sviluppo che le scienze regionali declinano e nominano sotto l’espressione assai elegante della varietà o della “diversificazione correlata”, dove l’espressione correlata si riferisce non solo alle sinergie che si attivano tra le reti economiche e sociali locali, ma anche a quelle che i territori alpini devono necessariamente abilitare con quelli esterni in cui sono presenti le componenti, o le “benzine”, integrative e sussidiarie.

La metromontagna? Prendendo a riferimento i due idealtipi finora considerati e richiamati da Beppe Dematteis nelle sua “breve storia della metromontagna”, che precede questo contributo, essa ora si configura come un puzzle, un incastro, o una sovrapposizione del primo idealtipo sul secondo con una dissonanza significativa costituita dalla progressiva e sempre più auspicabile fusione di due sistemi territoriali finora ritenuti, almeno parzialmente, indipendenti o autonomi. Essa diventerebbe così una “geocomunità”, per dirla con Bonomi, o una “ecologia del valore” per dirla con le culture aziendali che sono a mia conoscenza. È già oggi un nuovo organismo urbano? Si, se lo leggiamo con le metriche dei sistemi semplici, o elementari, che si richiamano ai principi auto-organizzativi del mercato e delle famiglie che dalla “costa del monte” cercano le soluzioni più profittevoli per sbarcare il lunario. Lo è già anche per i pifferai che incantano e ammaliano con il gradevole e seducente suono di questa parola nuova. Resta invece per ora, come dice Calvino “ragnatele di rapporti intricati che cercano una forma” se vogliamo considerarlo come un sistema complesso la cui agibilità come entità logica e come spazio vissuto va ancora concettualizzato, concepito organicamente, condiviso e letto nel suo divenire. Tutto ciò con un ulteriore avvertimento che scaturisce da un proverbio che circola ancora sulle creste delle alte colline in cui abito e che dice: “non si può cambiare la zuppa tenendo le vecchie pentole”. Tradotto in monferrino è ancora più espressivo, ma quali siano le vecchie pentole e quelle nuove da selezionare è una missione che Dislivelli intende, se è il caso anche caparbiamente, perseguire.