Le aree montane italiane sono attraversate da processi demografici che le rendono un osservatorio privilegiato per riflettere sul welfare futuro: al dinamismo migratorio che non di rado controbilancia lo spopolamento storico (Uncem 2025) si contrappone l’invecchiamento delle popolazioni residenti in quota. In questi contesti la marginalità territoriale, intesa non come mera distanza chilometrica ma come esito di dinamiche sociali, politiche e di accesso ai servizi (Varotto 2020; Carrosio 2019), rende critica la presa in carico delle persone con declino cognitivo: la rarefazione delle reti familiari, la dispersione degli insediamenti e l’erosione della medicina di prossimità aggravano l’isolamento che la demenza già di per sé produce.

È in uno scenario di questo tipo che si colloca la nascita della Dementia Friendly Community Valchiusella, in Piemonte. Percorrere la Valchiusella significa attraversare uno spazio più dilatato di quanto i pochi chilometri da Ivrea lascerebbero immaginare: borgate sfrangiate lungo i versanti, e distanze che si misurano spesso nella difficoltà di raggiungere i servizi primari. In questa trama discontinua prende corpo una tra le prime declinazioni esplicitamente rurali di un modello sviluppato da Alzheimer’s Society in Gran Bretagna, in contesti urbani dalle geometrie ben più compatte, e approdato in Italia nel 2016 grazie alla Federazione Alzheimer Italia, che ne cura oggi il coordinamento nazionale tramite Dementia Friendly Italia. Una “comunità amica” è un territorio – una città, o una sua porzione – in cui le persone con demenza sono riconosciute, comprese e messe in condizione di continuare ad “abitare” la propria comunità, attraverso un cambiamento culturale che investe cittadini, esercizi, categorie professionali e istituzioni. Il modello previsto – tavolo promotore, referente locale, ascolto delle persone con demenza, sensibilizzazione diffusa – immagina però una comunità di piazza, attraversabile a piedi in pochi minuti.

Trapiantare questo disegno nella Valchiusella significa, invece, misurarsi con una comunità che si articola in un arcipelago di otto amministrazioni comunali, che a loro volta tengono insieme un numero ben più alto di paesi e borgate sparse a quote diverse, in cui l’invecchiamento della popolazione si delinea in modo particolarmente evidente. La DFC Valchiusella non è nata come protocollo calato dall’alto, ma piuttosto come prosecuzione di un progetto di ricerca-azione, il Laboratorio Valchiusella – LaVàl, che dal 2018 accoglie sul campo tirocinanti di Infermieristica dell’Università di Torino, guidandoli nel complesso lavoro di comprensione dei bisogni di salute espressi da chi abita i territori montani (Zanini 2023). In questo spazio di osservazione partecipante il tema della memoria e della sua perdita è emerso come uno dei nodi più sentiti. In questa cornice le due Società Operaie di Mutuo Soccorso di Brosso e Drusacco, eredi di una storica tradizione mutualistica, hanno promosso la costituzione di una nuova Società di Mutuo Soccorso di valle, con l’obiettivo di sostenere la nascita della DFC e dare forma – e forza – alla creazione di un tessuto partecipato composto da soggetti istituzionali – sanitari e amministrativi – e dalle molteplici associazioni della valle. 

Osservare la nascita di questa comunità amica significa cogliere come la lotta allo stigma verso la demenza non significhi solo formare gli esercenti della valle e più in generale la popolazione locale, ma debba fare concretamente i conti con la dispersione dell’abitare montano. La DFC diventa allora non solo un attore a sostegno delle persone con demenza, ma anche e soprattutto un processo di attivazione comunitaria, un tentativo di ricomporre una prossimità capace di supportare le famiglie e i caregiver nella gestione della fatica che il lavoro di cura produce. Una recente indagine etnografica in Valchiusella ha restituito senza sconti il burden, reso qui più gravoso dalla dispersione territoriale, che grava su chi si prende cura: figlie che tornano a vivere nella casa d’infanzia per non lasciare sola la madre rimasta vedova, mogli che si affiancano al marito nell’accudimento della suocera, figli che, esasperati da un sistema sanitario percepito come lontano e frammentato, finiscono per farsi carico, quasi da soli, dell’intero percorso di cura di entrambi i genitori (Zanini, Campagna, Volta 2025). 

L’importanza di questa esperienza, sebbene ancora nelle prime fasi, non sta tanto nell’aver portato in valle un modello urbano, quanto nell’averlo reso lo strumento per rimettere in circolo e consolidare esperienze di mutualità già radicate in un territorio, la Valchiusella, in cui pratiche di cura informali, mutualistiche, comunitarie e istituzionali si intrecciano in una rete diffusa, i cui molteplici nodi contribuiscono a costruire uno strumento sociale e culturale essenziale per rivendicare il diritto alla salute e all’abitare nelle terre alte.

Roberta Clara Zanini

Riferimenti bibliografici

Carrosio G. (2019), I margini al centro, Roma, Donzelli. 

UNCEM (2025), Rapporto Montagne Italia 2025, Soveria Mannelli, Rubbettino.

Varotto M. (2020), Montagne di mezzo, Torino, Einaudi. 

Zanini R.C. (2023), Antropologia del e nel welfare in una valle della montagna piemontese, «Antropologia», X, 2, pp. 127-141.

Zanini R.C., Campagna A., Volta M. (2025), Invecchiare in una valle del Nord Italia: le reti di cura informali in un sistema di welfare che cambia, “Journal of Alpine Research | Revue de Géographie Alpine”, 113-1.