di Enrico Camanni
Il 19 febbraio, al Cafè Müller di Torino, c’è stato un incontro dal titolo “Torino, città delle Alpi?” Sì, con il punto interrogativo, perché una volta dicevamo capitale e adesso città ci sembrerebbe già un successo. L’assessore Francesco Tresso mi ha invitato a pensare con lui una riflessione nell’anniversario delle olimpiadi di Torino e in concomitanza con quelle di Milano-Cortina, ma non si trattava di un amarcord dell’evento del 2006, era solo buona politica, dato che allora venne firmato un protocollo d’intesa tra Città, Provincia e Regione su “Torino Città delle Alpi”, progetto tanto ambizioso quanto irrealizzato. «Dopo oltre un anno di approfonditi incontri e confronti tra cittadini, montanari, studiosi, uomini di cultura, uomini di scienza, pianificatori e amministratori – scrivevo allora – siamo giunti alla conclusione che Torino sia già, oggi, un luogo assolutamente privilegiato per quanto riguarda il rapporto tra città e montagna. Probabilmente il luogo, in Europa, dove circola più abbondanza di idee (non per niente a Torino nascono tre riviste di montagna e hanno sede le più importanti case editrici specializzate) e maturano le migliori competenze, non solo in campo accademico. Eppure Torino non può ancora, o non può più, considerarsi una città delle Alpi, e tanto meno una capitale alpina pronta a gestire con sguardo lungimirante l’avvenimento olimpico. Esiste un evidente scollamento tra la naturale propensione geografica di Torino, città subalpina per eccellenza, e la sua rappresentazione. La scelta industriale e una monocultura segnata dall’automobile l’hanno portata a svilupparsi, e soprattutto a immaginarsi, come una città separata dal suo territorio, paradossalmente cablata e isolata al tempo stesso, come un corpo dotato di un cervello ipertrofico e braccia troppo piccole per abbracciare ciò che sta accanto».
Giustamente Tresso ha voluto rilanciare il tema a distanza di vent’anni per osservare le reazioni della politica e della città. Il dibattito ha offerto un buon livello culturale (Elisa Palazzi, Paolo Verri) e politico (Marco Bussone, Valentino Castellani, Chiara Rossetti, lo stesso Tresso) che potrebbe aprire a una candidatura alpina torinese nel quadro europeo: bisognerebbe solo accoglierla e sposarla. Occorrerebbe che la politica, per una volta, abbracciasse un progetto e lo facesse suo, poi il resto verrebbe da sé perché a Torino ci sono ancora mille legami con le montagne, geografici e sentimentali.
La situazione non è migliorata in due decenni. La Provincia è stata sostituita da una Città metropolitana che sembra poco propensa a farsi carico del territorio ampio, anche perché non dispone degli strumenti adeguati. Sono state abolite le Comunità montane, che erano l’indispensabile cerniera tra il centro e le periferie; gli scambi e i progetti ne hanno risentito. Il riscaldamento climatico sta mettendo in crisi la democrazia dello sci, nel senso che i cittadini pagano i cannoni da neve ma solo i più abbienti possono permettersi uno sport sempre più orientato al mercato del lusso. I collegamenti tra città e montagne sono carenti e perlopiù affidati all’auto privata. Le seconde case mostrano evidenti segni di difficoltà, anche se qualcuna ha ripreso vita in tempo di Covid. La domanda di montagna è altissima ma la città pare non accorgersene. Chi governa Torino (con l’eccezione di Tresso, Suppo e pochi altri) si concentra perlopiù sulle realtà urbane e non è pronto a pensare a una metropoli connessa al suo territorio. Come se la montagna fosse solo una destinazione turistica o domenicale.
Il 19 marzo se ne è riparlato durante un’apposita audizione in Consiglio comunale, che per la prima volta prendeva atto del progetto, tra limiti e opportunità. Era presente il vicesindaco della Città metropolitana di Torino Jacopo Suppo, che è anche il sindaco di un comune di montagna. La Commissione Urbanistica, ascoltati gli interventi dei promotori e preso atto della complessità della materia, ha promesso un impegno in merito.









