Vanni Treu, progettista e ricercatore esperto in ecosistemi territoriali nelle aree interne, è una vecchia conoscenza di Dislivelli che dopo aver subito il colpo della dichiarazione del Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne (PSNAI) 2021–2027, in cui si leggeva: “alcune aree non possono porsi obiettivi di inversione di tendenza, ma devono essere accompagnate in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento”, ha recentemente lanciato la sua nuova sfida: un metodo capace di far ritornare gli abitanti della montagna protagonisti del proprio territorio, che sta testando su alcuni piccoli comuni montani del nostro paese. Come la realtà di Castel del Giudice, in Appennino molisano.

Lo abbiamo raggiunto a Tolmezzo, nella Carnia friulana, per farci raccontare di questa sua ennesima sfida, e partiamo da uno dei tanti problemi che si rilevano nelle aree interne per farci spiegare in cosa consiste il suo “pensiero sistemico”.
Vanni, quanto pesa il problema abitativo nei progetti di rigenerazione territoriale di cui ti occupi?
Il problema abitativo pesa moltissimo, ma non può essere affrontato isolatamente. Nei territori fragili convivono spesso due fenomeni apparentemente contraddittori: molte case vuote e una reale difficoltà nel trovare abitazioni disponibili, adeguate e accessibili per chi vorrebbe trasferirsi.
Per questo la casa è una condizione necessaria, ma non sufficiente, della rigenerazione. Rendere disponibile un’abitazione senza lavoro, servizi, mobilità, relazioni sociali e possibilità di partecipare alla vita della comunità rischia di produrre nuovi residenti solo temporanei.
La Rigenerazione Territoriale Sistemica considera invece l’abitare come parte di un ecosistema: casa, occupazione, servizi, qualità ambientale, comunità e opportunità devono rafforzarsi reciprocamente.
La vera sfida non è quindi semplicemente recuperare immobili inutilizzati, ma trasformare il patrimonio abitativo vuoto in una risorsa territoriale capace di sostenere nuovi progetti di vita. In questo senso la casa può diventare uno degli strumenti più concreti per trasformare il neopopolamento da semplice trasferimento di residenza a autentico processo di radicamento.
Ci hai recentemente raccontato del tuo impegno nel piccolo comune di Castel del Giudice, quali sono le sue caratteristiche?
Castel del Giudice è un piccolo comune dell’Appennino molisano che presenta molte delle caratteristiche tipiche delle aree interne: ridotta dimensione demografica, invecchiamento della popolazione, distanza dai principali centri di servizio e necessità di creare nuove opportunità per rendere possibile la permanenza e l’arrivo di nuovi abitanti.
Allo stesso tempo, però, il paese dispone di risorse importanti. Negli anni ha sperimentato iniziative di rigenerazione basate sul recupero del patrimonio esistente, sulla valorizzazione delle risorse locali e sulla collaborazione tra amministrazione, cittadini e soggetti economici.
È proprio questa combinazione tra fragilità e capacità di reazione a rendere Castel del Giudice interessante. Oggi la sfida è compiere un ulteriore passaggio: trasformare singole esperienze positive in un ecosistema territoriale capace di attrarre e soprattutto trattenere persone.
Il progetto “Riabitare a Castel del Giudice” parte quindi da una domanda concreta: come mettere in relazione casa, lavoro, servizi, comunità e qualità della vita affinché scegliere di vivere in un piccolo paese possa diventare un progetto credibile e duraturo?
Come pensi di intervenire in questo contesto?
L’obiettivo non è realizzare un singolo intervento, ma costruire le condizioni perché Castel del Giudice possa attrarre nuovi abitanti e, soprattutto, permettere loro di restare. Per questo adottiamo un approccio di Rigenerazione Territoriale Sistemica: casa, lavoro, servizi, relazioni sociali e qualità della vita devono essere affrontati insieme.
Il primo passo è mettere in relazione ciò che il territorio già possiede con i bisogni di chi potrebbe scegliere di viverci: abitazioni disponibili, opportunità occupazionali e imprenditoriali, servizi, competenze e reti locali.
Parallelamente è fondamentale coinvolgere la comunità. Il nuovo abitante non deve essere considerato semplicemente come qualcuno che occupa una casa vuota, ma come una persona che entra progressivamente a far parte del territorio.
La sfida è quindi costruire un vero ecosistema dell’abitare, accompagnando l’incontro tra domanda e offerta e verificando concretamente le condizioni necessarie al trasferimento. Non vogliamo semplicemente portare persone a Castel del Giudice: vogliamo creare le condizioni perché possano costruirvi un progetto di vita.
Cos’è il pensiero sistemico che promuovi?
Il pensiero sistemico parte da un principio semplice: un territorio non è la somma dei suoi problemi, ma un sistema di elementi che si influenzano reciprocamente. Spopolamento, lavoro, case vuote, servizi, ambiente, cultura e partecipazione non possono quindi essere affrontati separatamente.
Una casa disponibile, ad esempio, non genera automaticamente un nuovo abitante se mancano lavoro, servizi o relazioni; allo stesso modo, creare occupazione può non bastare se il territorio non offre condizioni adeguate per viverci.
La Rigenerazione Territoriale Sistemica cerca perciò le relazioni tra cinque capitali – ambientale, culturale, sociale, istituzionale ed economico – individuando interventi capaci di produrre effetti su più dimensioni contemporaneamente.
È un approccio che, curiosamente, ritroviamo anche nella storia delle comunità alpine: la gestione di boschi, pascoli e altri beni comuni era collegata alla produzione di risorse, ai servizi e all’organizzazione della comunità.
Pensare sistemicamente significa quindi smettere di riparare singoli problemi e tornare a costruire relazioni capaci di generare territorio.
Quali potrebbero essere le prospettive per il futuro dei piccoli comuni di montagna che attuano il tuo sistema?
La prospettiva non è riportare i piccoli comuni a ciò che erano in passato, ma renderli capaci di costruire un nuovo equilibrio tra popolazione, risorse e servizi. Il pensiero sistemico può aiutarli a superare interventi frammentati, mettendo in relazione ambiente, economia, comunità, cultura e capacità istituzionale.
Significa, ad esempio, considerare insieme case inutilizzate, nuovi abitanti, lavoro, gestione dei boschi, mobilità, servizi di prossimità e partecipazione della comunità, cercando soluzioni che producano effetti su più dimensioni contemporaneamente.
La storia delle comunità alpine dimostra quanto sia stata importante la capacità di autorganizzarsi, gestire beni comuni e trasformare le risorse territoriali in risposte collettive. Oggi non si tratta di riproporre quei modelli, ma di recuperarne il principio: rendere nuovamente gli abitanti protagonisti del proprio territorio.
Il futuro dei piccoli comuni potrebbe allora dipendere meno dalla capacità di rincorrere singole emergenze e più dalla possibilità di tornare a essere comunità capaci di progettare, sperimentare e governare il cambiamento.
Una teoria affascinante, un sistema razionale e di buon senso che se attuato in molti contesti potrebbe portare a ottimi risultati. Continueremo a seguire la sfida di Vanni Treu, anche attraverso il suo blog www.rigenerazioneterritoriale.blog, primo perché la montagna ha sempre bisogno di nuove idee e poi anche perché un “cronicizzato declino e invecchiamento” noi non lo auguriamo a nessun territorio.
Stay tuned…
Maurizio Dematteis









