di Vanda Bonardo

Nei miei cammini con la Carovana dei Ghiacciai, la scorsa estate sono arrivata a Blatten, nel Canton Vallese, in Svizzera. Davanti agli occhi restavano soltanto i segni di un paese cancellato, alla fine di maggio 2025, da una valanga di ghiaccio e roccia: case, strade, memorie spazzate via, come se la montagna avesse deciso di azzerare tutto, imponendo una inedita e brutale geografia del vuoto.

Un tempo episodi simili erano rari, quasi eccezioni statistiche. Oggi la loro frequenza e la loro intensità non sorprendono più: inquietano. La montagna ci ricorda ciò che le città sembrano aver rimosso: continuare a consumare risorse e a produrre gas climalteranti significa trasformare l’eccezione in regola, rendere ordinario ciò che fino a pochi anni fa appariva impensabile.

La crisi climatica non è più una minaccia distante né un tema confinato nei rapporti scientifici: sta ridisegnando le nostre geografie e ridefinendo i rapporti tra città e montagne. Al 30 novembre 2025 l’Osservatorio Città Clima di Legambiente ha registrato 154 eventi meteorologici estremi nelle regioni alpine italiane (erano 146 nello stesso periodo del 2024). Numeri che, pur nella loro apparente freddezza, descrivono una nuova normalità e raccontano un’accelerazione evidente.

Il clima non è più uno sfondo stabile e prevedibile: è diventato una variabile instabile che ridefinisce priorità, vulnerabilità e conflitti nell’uso dello spazio e delle risorse. In questo scenario, le risposte istituzionali appaiono spesso frammentarie e tardive. Pianificazione e politiche pubbliche, ancora fondate su presupposti di stabilità, faticano a governare l’incertezza e l’estremizzazione degli eventi.

Come suggerisce Giuseppe Dematteis, il territorio non è uno “sfondo neutro”, ma un sistema vivo, reattivo, attraversato da relazioni complesse. Ignorare questa natura dinamica significa produrre strumenti inadeguati. La crisi climatica, infatti, non crea soltanto nuovi problemi: amplifica fragilità preesistenti, colpisce soprattutto le aree marginali e acuisce le tensioni tra sviluppo economico, tutela ambientale e diritti delle comunità locali.

In questo contesto il ruolo dei servizi ecosistemici delle montagne diventa strategico. Acqua, biodiversità, stoccaggio del carbonio, regolazione climatica e qualità del paesaggio sono beni comuni indispensabili anche per le pianure, ma restano spesso invisibili nelle politiche urbane e nei bilanci pubblici. Le aree alpine, già segnate da spopolamento e carenza di servizi, si trovano così a sostenere un carico sproporzionato nella gestione ambientale: un evidente paradosso di giustizia territoriale, in cui i territori più fragili diventano garanti di risorse fondamentali per altri.

Qui si inserisce la chiave interpretativa della metromontagna. Montagne e città non sono mondi separati, ma parti di un unico sistema interdipendente. Le prime assicurano acqua potabile, energia rinnovabile, regolazione climatica, qualità ambientale e attrattività turistica; le seconde influenzano le dinamiche naturali, i flussi culturali ed economici e le pressioni infrastrutturali sulle aree alte. Ne emerge un sistema policentrico in cui il riconoscimento e la valorizzazione dei servizi ecosistemici rappresentano il fondamento di un nuovo patto territoriale, più equo e consapevole.

Governare queste relazioni richiede una pianificazione profondamente rinnovata, soprattutto alle alte quote, dove la trasformazione accelerata degli ecosistemi glaciali impone una radicalmente nuova gestione integrata della criosfera, delle risorse idriche e dei nuovi ecosistemi che si stanno formando. Il Manifesto europeo per la governance dei ghiacciai e delle risorse connesse — sottoscritto da un centinaio di soggetti pubblici e privati — propone un approccio multilivello fondato su dati scientifici costantemente aggiornati, sulla cooperazione tra enti locali, regioni, Stati e Unione europea e su strategie capaci di coniugare tutela e uso sostenibile.

Servono piani di adattamento dinamici e integrati, coerenti con nuovi strumenti paesaggistici e di assetto idrogeologico e aggiornati all’emergente condizione climatica. Da questi deve discendere una chiara ridefinizione delle destinazioni d’uso del suolo nelle aree in quota e proglaciali, secondo principi di precauzione e sostenibilità. In questo processo agli enti locali spetta un ruolo operativo decisivo: tradurre visioni strategiche in scelte concrete e verificabili.

La governance integrata diventa dunque una condizione imprescindibile. Strumenti come la Strategia Nazionale per le Aree Interne, le Green Communities, EUSALP e la Convenzione delle Alpi dimostrano che è possibile coordinare competenze scientifiche, saperi locali e politiche settoriali, ricomponendo le relazioni tra città e montagna all’interno di una visione comune. In questo quadro, infrastrutture verdi e soluzioni basate sulla natura non rappresentano soltanto misure di prevenzione del rischio, ma leve strutturali di adattamento e capacità trasformativa dei territori. Tuttavia, ancora una volta occorre ricordare che queste iniziative devono essere accompagnate da nuovi modelli pianificatori capaci di integrare stabilmente la dimensione climatica nelle scelte di lungo periodo.

La metromontagna disegna così una rinnovata geografia della responsabilità. Resilienza non significa tornare allo stato precedente, ma saper trasformarsi, apprendere e innovare a partire dalle crisi. Montagne e città sono chiamate a collaborare in modo strutturale, a condividere costi e benefici della transizione ecologica e a costruire reti durature che garantiscano continuità ai servizi ecosistemici. Solo in questo modo i territori potranno diventare non soltanto più sicuri, ma anche più equi e realmente sostenibili.