di Fiorenzo Ferlaino
Esistono diverse montagne in Piemonte che tuttavia si esprimono (a base comunale) attraverso poche varietà tipologiche. L’IRES, in ‘La Montagna del Piemonte’ (2010), ne ha individuate otto (vedi tab.1), che emergono dalla combinazione di indicatori socio-economici, infrastrutturali, relativi all’accessibilità e inerenti il patrimonio naturale, ma che in realtà si possono ridurre a due che definiscono gran parte del profilo socio-economico della montagna (le ‘Aree naturali interne e a bassa densità abitativa’ e ‘Città e sistemi urbani montani’, evidenziate nella tab.1), che raccolgono ben il 60,2% dei comuni montani piemontesi. Le altre sei varietà tipologiche emerse esprimono, tutte insieme, poco meno del restante 40%.
Il profilo tipologico ‘Aree naturali interne e a bassa densità abitativa’ è quello maggiore, con 180 comuni, e interessa in modo diffuso la medio-alta quota che maggiormente ha risentito (e ancora risente) dei processi di “percolazione demografica” verso la pianura. Segue il profilo tipologico ‘Città e sistemi urbani montani’, con 130 comuni, che esprime chiaramente la quota maggiore di popolazione residente (la media dei residenti è di 3.350 abitanti contro i 1.360 dell’intera montagna) nonché la maggior parte dei centri montani più importanti e dei centri turistici di alta quota a elevata accessibilità e con una forte presenza di seconde case. Le due varietà sono perfettamente complementari tra di loro come evidenziato dai segni dei rispettivi assi. Le otto varietà tipologiche emergono dalla combinazione di undici indicatori socio-economici, di dodici indicatori infrastrutturali e relativi all’accessibilità e di dodici indicatori inerenti il patrimonio naturale. I segni di questi assi indicano il valore, inferiore (meno) o superiore (più), rispetto alla media di tutti i comuni montani, degli aspetti socio-economici, infrastrutturali e ambientali.
| Le otto varietà tipologiche emerse dai patrimoni socioeconomico, infrastrutturale e ambientale (Assi). | |||
| Asse socioeconomico | Asse infrastrutturale | Asse ambientale | |
| Sistemi in equilibrio economico e ambientale | + | + | + |
| Aree rurali di elevata montanità e nicchie turistiche | + | – | + |
| Zone paesaggistiche e di pregio ambientale | – | + | + |
| Aree naturali interne e a bassa densità abitativa | – | – | + |
| Città e sistemi urbani montani | + | + | – |
| Centri interstiziali e aree di riconversione produttiva | + | – | – |
| Sistemi marginali di transito | – | + | – |
| Sistemi marginali periferici | – | – | – |
Nel caso della Metromontagna torinese sono le Città e i sistemi urbani montani a rappresentare il gruppo maggiore dei comuni montani. Dei 316 comuni (oggi 312) della Città metropolitana di Torino ben 107 (oggi a seguito di fusioni dei comuni sono 103) sono stati classificati montani e di questi ben 55 casi (il 42,3%) entrano nella varietà della ‘Città e dei sistemi urbani montani’. Per quanto concerne le ‘Aree naturali interne e a bassa densità abitativa’ sono invece 34 (29,6%) i comuni appartenenti. Queste due tipologie, da sole. coprono più del 70% dei comuni montani della Città metropolitana.
Nell’analisi del 2019 di IRES e Dislivelli (Le montagne del Piemonte), si parte da questi risultati e alle due maggiori varietà viene aggiunta la montagna dei Distretti turistici per l’importanza che riveste dal punto di vista socio-economico. Tre sole varietà leggono l’insieme delle dinamiche socio-economiche montane: la montagna interna, più vasta ma molto simile alle ‘Aree naturali interne e a bassa densità abitativa’. la montagna integrata, molto simile alla varietà ‘Città e sistemi urbani montani’ e la montagna dei distretti turistici.
La montagna turistica è una specializzazione territoriale che si è sviluppata parallelamente allo sviluppo urbano industriale; è un territorio urbano assoggettato alla città (regionale ma anche nazionale e internazionale). Territori che vivono in forma complementare con le città: quando le città riposano i distretti turistici lavorano, una ciclicità stagionale dettata dai periodi di riposo della città produttiva: estiva, soprattutto per i distretti montani lacuali e invernale per i vasti ed elevati domaines skiables. Sono aree in crescita demografica e economica che da circa un ventennio contrastano i dati negativi del declino montano.

La montagna integrata basa la sua forza sulla maggiore accessibilità ai centri urbani del pedemonte e sulla migliore qualità ambientale e paesaggistica data soprattutto dei numerosi conoidi di deiezione diffusi negli sbocchi vallivi. Sono fattori localizzativi che creano attrattività residenziale delle “porte di valle” dando luogo a processi di spawl urbano nella fascia di contatto tra pianura e montagna e nei corridoi di transito e l’assoggettamento di questi territori alla città. La montagna diviene la periferia “ricca” (sia in senso paesaggistico che reddituale) della “città diffusa” e pertanto ne segue le sue regole, soprattutto per quanto attiene la specializzazione funzionale del suolo (residenziale, commerciale, infrastrutturale, produttiva, ecc.) e la valorizzazione della rendita differenziale. Un processo che ‘integra’ i territori montani (di qui il nome dato a questo “livello”) del pedemonte e dei corridoi di transito a quelli della pianura, attraverso una struttura residenziale diffusa, a sua volta ancorata alle piattaforme economiche (produttive e di servizio) dei centri maggiori. Emerge una gerarchia che interessa in primis la vasta conurbazione metropolitana (di Torino) cui seguono, a livello regionale, i numerosi reticoli distrettuali dove il mix tra attività e residenza rende la montagna integrata piuttosto differenziata, in base alle specializzazioni settoriali, una sorta di “terra di mezzo”, di territorio intermedio. È una dinamica che contribuisce al consumo e al degrado del suolo e al conseguente incremento del rischio idrogeologico, soprattutto nei conoidi attivi e sui versanti alluvionali. Nel caso del Torinese, tale dinamica interessa la vasta area metropolitana di contatto tra la montagna e la pianura, che si articola nella gerarchia dei due sub-poli di Ivrea e Pinerolo e, quindi, delle “porte di valle” (e dei corridoi di transito) di Susa, Ciriè, Courgnè, Lanzo, e via via di comuni di rango inferiore, costituenti, nel loro insieme, il sistema metromontano torinese.
Infine la montagna interna. In questo territorio lo spopolamento che ne è seguito e l’abbandono del patrimonio insediativo (fondiario, abitativo, produttivo) ha innescato un circolo vizioso di declino che ancora permane. Solo i dati più recenti lasciano intravedere timidi segnali di ripresa delle attività agro-pastorali e di un’inversione più generale dell’attrattività demografica, dovuta alle mutate condizioni economiche e alla crescente valorizzazione del capitale naturale presente e forse, sicuramente in futuro, ai cambiamenti climatici in atto. È questo territorio che preconizza una nuova “centralità della montagna”, che occorre accompagnare, preservandola dall’assoggettamento alla città attraverso modelli di crescita multipli connessi ai reticoli delle specializzazioni differenziate delle “terre di mezzo”, a loro volta congiunte alle reti lunghe competitive delle piattaforme produttive.









