di Aldo Bonomi

Turismi e grandi eventi, due flussi che hanno investito le nostre montagne della Valtellina, con un notevole impatto nell’antropologia, nell’economia, nella cultura dei luoghi. Flussi di cui però molto spesso i territori non hanno percezione, e quando si parla di Legacy, il primo prodotto della Legacy è proprio quanto un luogo investito dai flussi ne abbia coscienza, quanto abbia coscienza di sé.

Ma partiamo dal concetto di territorio, che noi usiamo in maniera indifferente per riferirci ora alla terra come bene comune, ora dell’ecologia e all’agricoltura, ora alla costruzione sociale. Se si discute di eredità dei territori allora lo dobbiamo intendere tanto dal punto di vista ambientale quanto da quello della costruzione sociale.

Quando sei attraversato dai flussi il primo consiglio che do è quello di ragionare chiedendosi: dove sono, qual è il mio spazio di posizione? Dove sono posizionato rispetto ai flussi? In questo senso noi in Valtellina siamo esattamente in mezzo, siamo tra Courmayeur e Cortina, siamo ai bordi della Pedemontana Lombarda, ma in un certo senso anche dentro il distretto alpino delle quattro Lombardie, e sicuramente dentro l’urbano regionale con il suo spazio di posizione fatto da comuni polvere, come Ponte in Valtellina, e città snodo e medie, come Chiavenna o Morbegno, e ancora città premium, come Bormio e Livigno. Questo significa disegnare l’urbano regionale e, ovviamente, nell’urbano regionale appare la metromontagna, da Bormio e Livigno a St. Moritz, ai Grigioni con Davos. Nessuno ha mai focalizzato il concetto di “Città retica” in questi termini, eppure in Valle di Poschiavo hanno realizzato una Biovalle dicendo no alle Olimpiadi proprio con queste motivazioni. Oggi abbiamo la percezione di essere dentro a questo spazio di posizione, e quindi dobbiamo prendere coscienza di essere un tassello dentro alla macro-regione alpina, una macro-regione che è lo spazio geografico e produttivo che divide l’Europa del burro e l’Europa dell’olio.

Essere una Macro-regione alpina significa realizzare che ai bordi della dimensione alpina ci stanno Monaco di Baviera, Milano, Torino, Lione, i capoluoghi del Fordismo di un tempo dove i problemi sono gli stessi. Dentro questo grande spazio che è la macro-regione alpina dove, in basso si ragiona sulla crisi dell’automotive e sul passaggio all’elettrico, in alto di terre rare. Questo è il punto, è fondamentale avere la percezione di essere dentro a questo discorso, perché altrimenti noi in Valtellina resteremo sempre “simil” a qualcosa, simil Bolzano, simil Trento, adesso simil Langhe ma senza Carlin Petrini. Bisogna invece territorializzarsi, per alimentare la coscienza di luogo, e qui subentra il problema dello spazio di rappresentazione. La rappresentazione è un lungo processo di accompagnamento del territorio alla coscienza di sé, dove non basta solo il marketing, ma ci vuole anche l’economia dell’accompagnamento. Altrimenti avviene lo sviluppo senza autonomia, perché l’economia dell’accompagnamento ha in sé la coscienza della pratica dello sviluppo, quindi la rappresentazione è fondamentale. 

I flussi in Valtellina sono arrivati per una decisione di volontà politica con Milano-Cortina, e noi eravamo e siamo in mezzo. Ora il vero problema è la dialettica dei flussi, perché se ci limitiamo a subirli alla fine ci ritroveremo ad aver fatto l’evento e tutto quanto e ci ritroveremo solo la città premium di Milano. Mentre i valtellinesi devono scendere a valle a contaminare il flusso che viene avanti, ed avere anche la capacità di autodeterminare i flussi dei trasferimenti, che non sono pochi. Perché i flussi vanno giocati in maniera pendolare. Vent’anni fa ho scritto un libro in cui mi dicevo che rispetto al capitalismo molecolare la Valtellina viveva un’anomia rispetto ai cambiamenti che venivano avanti. In Valtellina abbiamo subìto con anomia la fase del fordismo, che per noi sono tate le dighe. Il nostro fordismo poi sono stati anche gli impianti di risalita per lo sci. E poi abbiamo vissuto il post-fordismo, con un po’ di risalita a salmone di imprese, piccole imprese, ma le seconde case sono un’eredità scomoda del Fordismo nel Post-Fordismo. E allora oggi come rimettiamo in circolo tutto questo nella legacy? 

Questa che stiamo vivendo oggi è la fase delle terre rare, ma ti tocca fare una mediazione tra la legacy degli eventi, che viene avanti per trasformare la dialettica flussi e luoghi, e questa nuova opportunità. Ti tocca entrarci dentro, con tutte le contraddizioni del caso, e quindi assumere una dimensione non di anomia ma far sentire la tua voce. Perché se vuoi costruire la legacy, devi prendere voce. Ma questo rischia di stressare la comunità, e questa è una cosa che mi preoccupa e angoscia parecchio. Il problema è che noi siamo una provincia alpina dove i pensionati superano gli attivi, siamo una comunità sotto stress, e quando arrivano i flussi bisogna governarli, ma se non sei attrezzato, se ti manca il capitale umano è un problema, e allora rischi che la comunità si rinserri, si chiuda dicendo “è dei nostri o non è dei nostri”. La comunità rinserrata è quella che dice “la valle si ferma a Colico”, mentre invece la Valle arriva a Milano, va nella città retica, va a Davos, dove si discute il destino del mondo.

Oggi in Valtellina c’è un problema di cura sociale, certo, ma anche di cura del territorio, la legacy principale è proprio la comunità di cura del territorio. Se non curi il territorio, se il tuo territorio non ha la bellezza, il paesaggio e tutto il resto, non è neanche vendibile attraverso il marketing. La cura del territorio oggi più che mai è fondamentale. E la comunità operosa, quella degli interessi, va coinvolta rispetto a questo.

Noi oggi assistiamo alla glaciazione demografica e contemporaneamente vediamo i ghiacciai che si squagliano e l’inverno liquido che avanza, e questo è un dibattito che bisogna affrontare ed avere chiaro. È un dibattito che da quel che mi risulta le città premium che stanno dall’altra parte della montagna stanno già affrontando, per il loro destino futuro. Perché le città premium è oggi che devono ragionare sul loro destino futuro, come anche le città medie e le città snodo, e addirittura i piccoli borghi. E bisogna ragionarci avendo chiaro che l’unico modo per intercettare i flussi è con la capacità di percepirsi come una piattaforma, termine mutuato dal digitale, ma che dobbiamo fare nostro per costruire la piattaforma alpina, avendo chiaro che l’identità della legacy non sta nel soggetto ma nella relazione.