di Filippo Barbera
In “Le Piazze Vuote” (Laterza, 2023) ho cercato di mettere a tema il rapporto tra spazio e democrazia. Viviamo in società dove gli spazi per la partecipazione politica e sociale sono sempre più radi, dove la presenza di contesti attrezzati per la governance pluralistica è sempre meno rilevante e in cui il rapporto tra luoghi centrali e periferici è drammaticamente asimmetrico. Chi abita le aree del margine avverte la crisi delle democrazie liberali con crescente intensità. I margini, del resto, permettono anche di chiarire le vie d’uscita e le soluzioni che ai centri sfuggono.
Dai margini si vede bene tanto la crisi di rappresentazione che quella di rappresentanza che attanaglia i sistemi liberal-democratici. La crisi a non è — o non è soltanto — una crisi di procedure, anche se averne di più efficaci certo aiuterebbe. È, più in profondità, una crisi di riconoscimento culturale e istituzionale: intere comunità sentono che la loro voce non conta, che le decisioni che incidono sulla loro vita vengono prese altrove secondo logiche che non li riguardano.
Questa crisi ha una geografia precisa e si concentra nelle aree “che non contano”, secondo la fortunata espressione di Andrés Rodriguez-Pose (“La vendetta dei luoghi che non contano”, Donzelli, 2025). Luoghi lasciati ai margini delle traiettorie di sviluppo dominanti, dalle metropoli globali, ai corridoi logistici, fino ai distretti dell’innovazione. In questo quadro, il rapporto tra città e montagna è sempre più segnato da una relazione asimmetrica. Lo scambio città-montagna non è paritario perché non è riconosciuto né dal punto di vista economico né da quello istituzionale. È un “do” privo di “ut des”.
Le ragioni sono molteplici. La concentrazione delle funzioni decisionali nelle grandi città ha prodotto una classe politica che sempre più raramente viene dalle aree montane o dalle aree interne del Paese. Una classe politica che non partecipa alla forma di vita specifica dei luoghi del margine ed è ammalata di metrofilia, intesa come amore cieco e smodato per la città. Le politiche di sviluppo regionale, anche quando nominalmente attente alle aree montane, tendono a replicare modelli pensati per contesti urbani che difficilmente si adattano a comunità di poche centinaia di abitanti dove il problema principale è mantenere un presidio sanitario o una scuola elementare. Il “piccoloborghismo”, come lo ha definito Letizia Bindi (in F. Barbera, D. Cersosimo e A. De Rossi, a cura di, “Contro i borghi”, Donzelli 2022) è solo l’altra faccia della medaglia del medesimo problema.
Ma c’è una dimensione che mi pare ancora più rilevante: la dimensione del riconoscimento. Chi abita la montagna non chiede soltanto risorse o servizi. Chiede di essere visto come soggetto dotato di agency individuale e collettiva, non come problema. Chiede che la propria esperienza del mondo — il senso del luogo, la conoscenza del territorio, le pratiche di cura collettiva, le potenzialità di innovazione — venga considerata un contributo alla vita democratica del paese, non un residuo da superare o un difetto da correggere o assistere con benevolenza.
Uno dei nodi teorici centrali nel dibattito sulla crisi democratica riguarda la scala alla quale si prendono le decisioni. La democrazia rappresentativa, nella sua forma moderna, si è sviluppata a scala nazionale. Negli ultimi decenni si è verificato uno slittamento simultaneo verso l’alto e verso il basso: verso l’alto, con la cessione di sovranità a istituzioni sovranazionali come l’Unione Europea, peraltro oggi in crisi; verso il basso, con la valorizzazione delle autonomie locali, ma in modo asimmetrico, senza risorse e poteri effettivi.
Questo doppio slittamento ha prodotto un’anomalia per cui le decisioni che più direttamente incidono sulla vita quotidiana delle comunità vengono prese da attori che non hanno mandato democratico diretto. La crisi di riconoscimento delle aree marginalizzate — e della montagna in particolare — non è rimasta politicamente inerte. Negli ultimi quindici anni, un po’ in tutta Europa, abbiamo assistito a un significativo spostamento del voto dei luoghi che vengono trattati come se non contassero verso partiti e movimenti anti-establishment, di destra o di sinistra a seconda dei contesti nazionali. Sarebbe semplicistico leggere questo fenomeno come “populismo”. Come ho argomentato in “Le Piazze Vuote”, se le istituzioni tradizionali non ti rappresentano, se quelle intermedie sono state cancellate, se la classe politica è lontana per nascita e biografia, cerchi chi promette di farlo.
La sfida che le aree marginalizzate, montane e interne, pongono alla democrazia rappresentativa rimanda quindi all’idea di una “democrazia dei luoghi”. Serve una nuova dimensione fisico-spaziale della democrazia, per le persone, le classi dirigenti e i territori. Per questo, la montagna non è soltanto un caso di studio della crisi democratica ma può essere un laboratorio per la sua soluzione.









