Chiudete gli occhi e immaginate il tintinnio dei rinvii che, attaccati all’imbrago, sbattono tra loro mentre ci si muove. Oppure il rumore sordo della neve schiacciata dal peso dello sci durante un’uscita di sci alpinismo. O ancora il sibilo del vento tra le fessure di un minimale bivacco metallico, in alta quota, lo scrosciare dell’acqua di fusione di un ghiacciaio in piena estate, le grida di avvertimento di una marmotta. C’è una parte del racconto della montagna che sfugge alle immagini, quella del suo paesaggio sonoro.

Forse è per questo che il podcast, soprattutto negli ultimi anni, si è rivelato uno strumento particolarmente adatto a raccontare le terre alte, ponendosi come spazio di informazione, approfondimento e narrazione. In un ecosistema mediatico sempre più rapido e frammentato, il racconto audio richiede tempo, ma permette di essere fruito facendo qualcos’altro: camminando, viaggiando, allenandosi, entrando così in una relazione intima con chi ascolta.

Questo approccio si accorda bene con i tempi della montagna, che raramente si lascia comprendere nella fretta. I territori montani sono fatti di stratificazioni – ambientali, sociali, culturali, economiche – e sono spazi in cui convivono immaginari spirituali e trasformazioni concrete. Raccontarli significa spesso tenere insieme piani diversi.

Il racconto audio fornisce lo spazio per rallentare, entrare nei dettagli e restituire complessità attraverso voci coinvolgenti: una cosa è leggere i metri di cui è arretrato il fronte di un ghiacciaio; un’altra è ascoltare il rumore dell’acqua di fusione, la voce di chi lo misura da anni, il racconto di chi osserva cambiare il paesaggio anno dopo anno. L’audio non sostituisce il dato, la cronaca o l’analisi, ma li accompagna, dando loro una sfumatura umana.

Dunque, non è un caso che negli anni siano nati diversi podcast dedicati alla montagna, con prospettive molto diverse. Ci sono progetti che si concentrano sulla memoria, come “Italia K2 – Racconto di una spedizione straordinaria”, una serie di RaiPlay Sound dedicata alla spedizione italiana del 1954 al K2, realizzata con il Club Alpino Italiano e Museo Nazionale della Montagna di Torino, e prodotti che usano il paesaggio sonoro per raccontare l’esperienza fisica delle terre alte, comeGuida Alpina Sonora” prodotto da oSuonoMio e costruito attorno a vento, vuoto, fatica e silenzio. Altri, come “L’Ultimo Cristallo” di Chora Media, che adottano la forma del reportage audio per raccontare la Marmolada e interrogarsi sul destino dei ghiacciai in un clima che cambia velocemente. Ci sono poi lavori come “Andata e Ritorno – Storie di montagna” di Sebastiano Frollo, che puntano alla conservazione di storie e memorie, quasi come un archivio sonoro diffuso. E infine esperienze come “La Dinamica” di Fabio Gava, che affrontano il tema della sicurezza attraverso il racconto diretto di incidenti montani, trasformando l’errore in occasioni di apprendimento collettivo. Questi esempi mostrano come il podcast possa muoversi su registri diversi: dal documentario all’intervista, dal racconto d’archivio all’inchiesta.

C’è poi un altro aspetto importante: il suono restituisce la dimensione corporea della montagna. Le terre alte si attraversano con un ritmo condiviso: la salita, la fatica, il respiro che cambia in base alla pendenza, l’evoluzione della distanza e delle condizioni atmosferiche. Il racconto audio che ci ricorda che la montagna non è un fondale neutro, ma un ambiente vivo. 

Da grande fruitrice di podcast, che riempiono da anni le mie giornate, non ho potuto fare a meno di sperimentare io stessa questo formato per raccontare le terre alte che tanto amo e frequento. Nell’agosto 2025, insieme a Giorgio Tidei, incaricato della presa diretta, ho seguito la Carovana dei Ghiacciai di Legambiente in un viaggio di 15 giorni per scoprire e salutare 6 ghiacciai sparsi nell’arco alpino e per realizzare “Dove il ghiaccio scompare”. Con questo podcast abbiamo provato a raccontare la crisi climatica non solo attraverso numeri e dati, ma anche con le voci raccolte sul campo, nei luoghi in cui la trasformazione dei ghiacciai è già visibile. E se la divulgazione scientifica può trovare qualche ostacolo nella narrazione sonora, perché costretta ad abbandonare grafici e immagini potenti, il racconto di aspetti molto più umani ed emotivi dell’andar per monti si è prestato perfettamente al formato del podcast con altri due progetti che ho avuto il piacere di ideare e portare avanti nell’ultimo anno: “Oltre la vetta”, realizzato con il Club Alpino Italiano, dedicato al tema del lutto in montagna, e “La chiamata – Storie dal Soccorso Alpino”, che parte invece dal mondo del soccorso per raccontare non tanto l’eccezionalità dell’intervento, quanto la rete di competenze, responsabilità e relazioni che rende possibile rispondere quando qualcuno ha bisogno.

In tutti questi casi, il podcast ci aiuta a parlare di montagna cambiando postura: ci permette di stare più vicino alle storie, cercando di non invaderle, a lasciare spazio ai silenzi, alle voci che cambiano intonazione tra una domanda e l’altra, alle spiegazioni tecniche, ai suoni di contesto, e a non separare troppo nettamente informazione ed esperienza. Forse il contributo più interessante dei podcast all’informazione di montagna sta proprio qui: nel ricordarci che i territori non sono fatti solo di ciò che si vede, ma anche di ciò che risuona. E che raccontare la montagna oggi significa anche imparare ad ascoltarla meglio.

Sofia Farina