Ricaduta lavorativa

3 ottobre 2016

Negli ultimi anni si sente parlare sempre più insistentemente di sharing economy come alternativa possibile a un modello consumistico che ormai, volenti o nolenti, per tanta parte della popolazione ha imboccato il viale del tramonto. La crisi strutturale che tutti noi viviamo in questo XXI secolo ha visto nascere e avanzare un nuovo modello economico basato su un insieme di pratiche di scambio e condivisione di beni materiali, servizi o soprattutto di conoscenze. Un modello molto più attento a una gestione responsabile del territorio rispetto a quello del consumismo, e che cerca di limitare l’impatto che quest’ultimo ha provocato e provoca ancora oggi sull’ambiente.
Ma quando si parla di sharing economy, o consumo collaborativo per dirla alla “spaghetti e mandolino”, si pensa immediatamente all’ambiente urbano, quello che Aldo Bonomi nel suo ultimo libro “La società circolare” (Aldo Bonomi, Federico Della Puppa, Roberto Masiero, La società circolare, Derive approdi 2016) descrive bene come nuova fase nella quale la nostra socialità è alla base della creazione del valore anche economico, e i nuovi “padroni della city” diventano quelli che il sociologo valtellinese chiama gli “smanettoni”.
Ebbene, con l’aiuto dei nostri amici aderenti alla rete Sweet Mountains vi porteremo alla scoperta della “sharing economy d’alta quota”, dove gli “smanettoni” diventano i nostri “custodi della montagna”, che oltre a portare avanti il lavoro quotidiano per pagare le bollette, collaborano con il territorio, si mettono in rete con altre strutture e professionalità creando ricadute sociali, culturali e commerciale sul territorio in cui vivono condividendo un paesaggio alpino di qualità che diventa il collante di un nuovo sistema economico. Un nuovo modello che mette in comunicazione ad esempio il settore del turismo con il mondo del settore primario, creando ospiti capaci di riconoscere il valore e l’autenticità delle piccole produzioni, valorizzandole all’interno di un paesaggio condiviso.

L’incontro sui territori tra il settore terziario del turismo e quello primario di agricoltura e allevamento lo spiega bene Giorgio “Giòrs” Alifredi, dell’azienda agricola Lo Puy di, di San Damiano Macra, in Val Maira: «oggi fare primario è difficile ovunque, soprattutto in montagna, quindi aprirsi al turismo diventa un’esigenza. Se uno se la sente e crede di avere le capacità l’accoglienza dei turisti può diventare un elemento importante per un’azienda agricola. Ovviamente, come prevede la legge sugli agriturismo, bisogna avere la forza di non snaturarne l’attività primaria, e quindi bisogna evitare si mettere in piedi un’attività primaria un po’ finta ad hoc come in passato è successo. Oltretutto noi montanari per vivere, come ci insegna la storia, abbiamo bisogno di almeno due mestieri. Possono essere mestieri stagionali o portati avanti insieme, ma rimane il fatto che se sai fare una cosa sola è difficile che riesci a campare in montagna».
Saper fare più cose, quindi. E come ci spiega Roby Boulard del rifugio Willy Jervis della Conca del Pra, in Val Pellice, essere capaci di “fare squadra” con gli altri operatori del territorio: «i tempi sono nuovamente maturi per rimanere a lavorare qui in valle, perché negli ultimi anni non vieni più visto come “uno strano” se non prendi l’autobus tutti i giorni per andare a lavorare in Fiat a Torino o alla Michelin di Cuneo per poter rimanere a vivere in montagna. Perché l’autobus non c’è più. E quindi bisogna inventarsi delle cose. O meglio, noi non stiamo inventando proprio niente di nuovo, riproponiamo semplicemente le attività che facevano i nostri nonni: all’inizio del ‘900 in Val Pellice arrivavano gli americani per andar a spasso a dorso di mulo sui colli. Oggi portiamo gli ospiti con i lama o con gli asini, ma siamo tornati a fare quello che facevano i nostri avi. E questo dal punto di vista turistico è un’opportunità enorme. Per riuscire a non perdere questo treno dobbiamo muoverci con rispetto per l’ambiente, dobbiamo cominciare a proporre delle attività a misura d’uomo e d’ambiente, e non più puntare solo sull’impiantistica in modo esclusivo. Io credo molto nella filosofia di Sweet Mountains, dobbiamo creare reti tra operatori di valle e con le reti delle altre valli vicine. E’ importante potersi confrontare anche con realtà turistiche diverse perché apre la mente. Non voglio assolutamente dire che le grosse attività come lo sci da discesa debbano essere chiuse, quelle ci sono e rimarranno. Ma per chi crede in questa sforma di turismo sweet è arrivata l’ora di pensare di non dover creare solo a tutti i costi le opportunità che la gente ha sempre cercato negli ultimi anni. Dobbiamo prendere atto noi operatori del settore che una stagione in cui la neve non arriva la montagna rimane bella lo stesso. E si possono fare tante cose. Perché altrimenti in questa folle corsa alla neve artificiale non ci sarà futuro. Una stagione secca in cui la neve viene prodotta artificialmente avrà anche un numero di turisti basso, mettendo in crisi il settore dal punto di vista economico. Piccole realtà come la nostra invece sanno di non poter fare grossi numeri, perché se improvvisamente migliaia di turisti si mettessero ad andare con le ciaspole, sarebbe un disastro anche dal punto di vista ambientale. Bisogna invece avere pazienza e lavorare sui piccoli numeri in maniera diffusa, e poco alla volta ognuno di noi si creerà uno spazio lavorativo tra professionisti all’interno della valle». Dello stesso parere è Marco Gattinoni, del Bosco delle Terre cotte di Barge, nelle Valli del Monviso: «siamo partiti con l’Associazione culturale Sassi Vivaci concentrandoci sul Progetto Altra Montagna, nato per contribuire insieme a tutti gli altri attori territoriali a riportare gente a vivere sul territorio, per contrastare lo storico spopolamento. Poi abbiamo ragionato su quale tipo di turismo volevamo puntare, tutti insieme, ed abbiamo creato Monviso Piemonte che ha voluto dare un taglio in linea con le necessità del pianeta, che abbiamo poi ritrovato nella rete Sweet Mountains: limitare le emissioni, cambiare atteggiamento nei confronti della terra per poter avere un futuro. Oggi gli operatori di Monviso Piemonte sono 40, tutti impegnati a spingere verso questi obiettivi».

Ma attenti a non fare l’errore di prendere sotto gamba questa realtà crescente del turismo sweet nelle valli alpine piemontesi, perché come sottolinea Massimo Manavella del rifugio Selleries in Val Chisone: «noi siamo disposti a portare agli interessati i nostri bilanci per far veder come può essere interessante il giro d’affari di un rifugio che lavora tutto l’anno e quanto lavoro questo può offrire, perché noi di lavoro ne possiamo offrire molto. Abbiamo tre colleghi assunti a tempo pieno tutto l’anno, a cui durante l’estate si aggiungono una decina di persone. Dico questo perché molto spesso il nostro lavoro non viene preso sul serio, viene quasi visto come un ripiego. Eppure non mi sembra che oggi ci siano tante altre realtà in valle a fare i numeri che facciamo noi».
E in effetti un certo appeal il settore del turismo sweet comincia ad esercitarlo, come ci racconta Luca Ferrero Regis di Casa Payer in Val Pellice, grafico pubblicitario e cittadino “pentito”: «è pur vero che rispetto a prima guadagniamo molto meno, eppure spendiamo anche molto meno. Un tempo ero pendolare e mi spostavo tutti i giorni, ora sono qui. E prima ero anche molto più stressato e tendevo a esorcizzare la mia situazione comprando molto di più. Ero un perfetto consumatore utile a far crescere il pil. Ma oggi vivo molto meglio. E poi in fondo, pur guadagnando meno, la mia compagna, mia figlia ed io riusciamo lo stesso a fare una vita più che dignitosa. È un periodo in cui il turismo solidale e responsabile viene ricercato, sta crescendo, e la Val Pellice ha delle belle carte da giocarsi. Fatichiamo ancora a unire le forze, perché essere in tanti a dire queste cose è meglio che essere tante isole. Promuovere questo tipo di turismo tutti assieme è molto meglio. Il giorno che riusciremo a farlo io penso che lavoreremo tutti meglio, e ci sarà anche spazio per altri. Anche se c’è ancora molta strada da fare e rimane un po’ di paura ad aprirsi». Anche Giuliano Breuda dell’Edelweiss di Prali in alta Val Germanasca osserva un certo cambiamento da parte dei giovani nel suo piccolo comune: «ci sono addirittura dei ragazzi di vent’anni, che hanno studiato in città, e che lasciano Torino per venire ad abitare qui nelle seconde case vuote dei genitori. Fanno piccoli lavori saltuari, qualcuno va a dare una mano agli impianti nelle stagioni di punta, altri servono nei ristoranti. E se c’è bisogno di far legna loro ci sono, vengono a darti una mano. Si guadagnano giusto da mangiare a poco di più, di certo non si arricchiscono. Ma preferiscono vivere qui che non stare giù in città a fare niente».
E poi c’è l’importanza dell’aspetto culturale, della condivisione e promozione delle conoscenze, come ci racconta Natalia Colavita del rifugio Fontana del Thures, nell’omonimo vallone in alta Val di Susa: «il fatto di vivere qui ci ha permesso di legarci alle realtà agricole della Valle; siamo entrati in contatto con “l’Associazione canapa Val Susa”, e abbiamo realizzato qui a Thures dei piccoli campi di canapa sativa molto apprezzati dai turisti; abbiamo posizionato dei pannelli esplicativi e raccontiamo la storia della canapa, con interesse sempre crescente da parte dei nostri ospiti».
E infine c’è la realtà di Ostana, in Valle Po, dove grazie a un’amministrazione illuminata sono partiti tanti progetti, tutti in rete tra di loro: il rifugio Galaberna, lo spazio avventura, la bottega dei prodotti tipici, il centro polifunzionale su tre piani, il centro benessere. «Siamo travolti dall’entusiasmo generale – racconta Silvia Rovere del rifugio Galaberna -. Alcune scommesse le abbiamo vinte, ma ora bisogna trovare un gruppo che porti avanti il progetto generale di rinascita, che si prenda cura di tutte le attività. Solo noi del Galaberna non saremmo bastati e allora è nato un gruppo, l’Associazione Bouligar (vedi articolo) che ha preso in mano la gestione del centro polifunzionale e lavora per la sostenibilità futura del progetto Ostana. E finalmente c’è un ricambio. Perché Ostana è partita dal sindaco e altri assessori che hanno investito la vita sul paese, ma hanno tutti una certa età e non possono durare all’infinito. Si tratta di un problema ricorrente, dalle proloco alla politica, perché si possono creare dei fantastici progetti ma poi se nessuno li porta vanti questi muoiono. In quattro anni qui da noi è spaventoso pensare a come si siano evolute le cose: almeno due inaugurazioni all’anno, tra rifugio, spazio avventura, bottega prodotti, e quest’anno un centro polifunzionale di tre piani, e tra poco ci sarà poi il centro benessere. E tutte queste cose le abbiamo inaugurate come collettività. Questo dimostra che ogni cosa che cresce a Ostana ha un gruppo di persone che la porta avanti. Ovviamente tutti noi abbiamo anche il nostro lavoro per poter portare avanti la famiglia, ma non sarebbe nato nulla senza l’impegno di tutti. Per ora l’equilibrio funziona bene tra volontariato e impresa. E la nascita dell’Associazione Bouligard è un bel messaggio di speranza per gli anni a venire».
Maurizio Dematteis

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