Nuovi spazi di coworking disseminati sul territorio

4 marzo 2021

“Lo smart working rappresenta l’evoluzione naturale di una cultura del lavoro che cambia e innova, con un impatto sociale virtuoso” afferma Francesca Parviero, esperta di Digital learning e people experience. (Da Rusconi G., Fuga dalla città: quando lo smart working da un piccolo borgo vale più della carriera, in “il Sole 24 ore”).

Una tendenza che è stata recepita già con il primo lockdown, durante il quale molti lavoratori sono stati costretti a sperimentare le modalità dello smart working e gli studenti la Didattica A Distanza, e che ha accelerato la crescita di un progetto che nel 2019 risultava lungimirante; questa rubrica, infatti, prende in parte il nome da questa visione/rivoluzione che ha tra i suoi obiettivi quello di riportare all’attenzione nazionale i contesti extraurbani e il loro immenso patrimonio: NATworking, la prima rete interregionale di spazi dedicati al lavoro e allo studio immersi nella natura, progetto di NATworkinga APS, Associazione Dislivelli, Coop. NEMO e Alle Ortiche APS, selezionato dal bando GxG di Fondazione Compagnia di San Paolo e Fondazione Carige.
Con questo progetto/rivoluzione NATworking vogliamo mettere sotto i riflettori la relazione lavoratore/lavoro, per indagarla e migliorarla perché crediamo davvero che “lo smart working da un piccolo borgo valga più della carriera”. trascorrendo parte della proprio tempo lavorativo in contesti di qualità, respirando aria pulita, magari in montagna, piuttosto che nelle città, perché ne guadagnano tutti: i lavoratori in termini di salute psico-fisica, migliorando qualità dell’ambiente e condizioni di vita; i territori che possono incrementare abitanti temporanei, riattivando spazi abbandonati o sottoutilizzati e attivando percorsi di sviluppo locale in contesti extra-urbani.

Se non siete tra i tanti smart workers o studenti in DAD che, annusando nell’aria l’arrivo di un nuovo lockdown, sono scappati dalle città per rifugiarsi in alloggi immersi nella natura, potete sedervi comodi e leggere le storie di nuove esperienze che stanno nascendo nelle nostre valli. In questo momento storico, vediamo la nostra routine assediata dall’incertezza per il futuro; ed è proprio da questa mutata condizione che, quando non si smette di immaginare, possono nascere nuove possibilità sorprendenti.
Abbiamo intercettato esperienze disparate: strutture ricettive che stanno rivisitando la propria offerta, applicando scontistiche a chi decide di andare a lavorare in alta quota (vi ricordate l’articolo Teletravail vista vette a Courcheval che aveva scosso l’opinione pubblica online?); Comuni che trasformano strutture sottoutilizzate in spazi di coworking; studenti e liberi professionisti che si auto-organizzano e chiedono ospitalità in rifugi o affittano delle case in ambienti extraurbani; insomma un revival del Decamerone di Boccaccio! Stiamo registrando un desiderio incredibile di trasformare le note negative introdotte da questo anno di profondo ed inaspettato cambiamento, in risorse e opportunità per promuovere stili di vita più sani.
Ad esempio, Alessandro e Alberto sono due giovani studenti che “hanno capito come trarre il meglio dalla didattica a distanza”. A gennaio hanno visitato Paraloup, borgata a 1400 mslm nel comune di Rittana (CN), nota per aver dato ospitalità a diversi o partigiani durante la Seconda Guerra Mondiale, oggi centro di innovazione culturale gestito dalla Fondazione Nuto Revelli, parte della rete nazionale per la rigenerazione urbana de Lo Stato dei Luoghi, e hanno deciso di sperimentare la DAD in alta quota. Come loro, altri giovani studenti hanno intuito che scrivere la tesi in una stanza in una città potesse essere poco stimolante, così hanno deciso di farsi ispirare dai paesaggi della Val Borbera, in provincia di Alessandria, riabitando le seconde case dei nonni e supportando i nuovi progetti di valorizzazione del territorio, come il Cammino dei Ribelli.
Una scelta fatta da studenti, ma soprattutto da lavoratori, come ci racconta Giulia, che ha trascorso il lockdown di novembre-dicembre 2020 a Croveo, paesino a 818 mslm in Valle Devero nel Verbano-Cusio-Ossola. Lei, dipendente di una Onlus in smart working, ha scelto di condividere una casa con altri amici, anche loro temporanei “nomadi digitali”: un insegnante di inglese e yoga e una consulente finanziaria. E non erano gli unici, perché mentre arrampicavano in falesia hanno conosciuto due coppie che avevano scelto di trasferirsi lì, prendendo un appartamento in affitto: una dottoranda, un architetto, una ricercatrice ambientale e un dipendente di un’azienda metalmeccanica. Comune denominatore: la passione per lo sport outdoor in montagna e una connessione wifi con giga illimitati.
Nel 2020 il Comune di Usseaux (TO), nella Val Chisone, ha sostenuto i lavoratori della Valle adeguando il Punto Museo Brunetta d’Usseaux a servizio di coworking. Esperienza simile sta nascendo a Inverso Pinasca (TO) dove il Comune insieme all’associazione La Balma sta convertendo alcuni spazi pubblici per permettere il tele-lavoro stabile o saltuario: un nuovo e fondamentale servizio di prossimità per liberi professionisti della zona, che ospiterà anche uno spazio nido, per chi ha figli.
Queste esperienze di adattamento al cambiamento, queste fughe dalla città, ci fanno pensare che forse (forse), c’è qualcosa di imperfetto nel mondo che ci siamo costruiti e forse (forse), queste evasioni ci permettono di sperimentare, o sognare, delle vie d’uscita dalla trappola del quotidiano. Rifugi, cascine, strutture ricettivi e tutti gli spazi sottoutilizzati presenti nei nostri territorio, si stanno rivelando delle preziose risorse che hanno il potenziale per trasformarsi in veri e propri presidi e punti di riferimento, anche durante questa fase di transizione. E’ proprio questa rivoluzione che vorremmo raccontarvi nei prossimi mesi.
Chiara Guidarelli e Giulia Cerrato

www.natworking.eu

Commenti: 1 commento

  1. Massimo Dapelo scrive:

    - Buonasera a tutti, sono un funzionario pubblico, 60enne, che risiede da 4 anni tra i monti dell’Appennino Ligure; la svolta lavorativa che da tempo auspicavo e ricercavo me l’ha offerta l’emergenza sanitaria che insieme al tragico condizionamento a cui ci ha costretto ha nello stesso aperto le porte del lavoro a distanza a migliaia di lavoratori. Ma per me si è concretizzata la simbiosi tra possibilità di lavorare da casa e la fruizione quotidiana dell’ambiente che mi circonda. Da un ufficio in un’orribile costruzione di 24 piani nel centro di Genova alla condizione idilliaca di un piccolo Comune immerso nel verde dell’Appennino. Il tutto continuando la mia attività lavorativa senza decremento, anzi con un rinnovato impulso dettato, io credo, da una condizione psico-fisica ottimale. Certo non mancano gi impegni che mi fanno scendere a valle; un genitore anziano che risiede in città, la nipotina per la quale io e mia moglie diamo un contributo in termini di presenza e accudimento ma il tutto avviene salturiamente e comunque con la percezione positiva del ritorno tra i monti. Vorrei richiamare un concetto che ho ritrovato nella pagina principale del sito di NATworking: l’ibridazione tra tempo lavorativo e tempo libero; ebbene io la sto sperimentando da poco meno di un anno ed è forse l’aspetto qualitativamente più importante. Tralasciare il lavoro per una sgambata sui sentieri o un giro in mtb o per spaccare un po’ di legna, ricupernado poi il tempo lavorativo a fine giornata o perchè no in ore serali. Queste brevi considerazioni le volevo condividere con voi perchè trovo entusiasmante l’impianto generale del vostro progetto e vi auguro sinceramente di trovare interlocutori pubblici e privati ispirati da una visione del lavoro più illuminata se mi è consentito il termine.
    Cordialmente, Massimo

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