L’ambiguità del simbolo

3 aprile 2012

Con Adamo l’uomo diventa il principe del creato e, nella Genesi (I, 26; 2, 19-20), ottiene direttamente da Dio il suo diritto incontestabile al dominio sugli animali. Ma l’Adamo della Bibbia è storia recente: prima di lui, per qualche migliaio di secoli, l’uomo se l’è dovuta battere ad armi pari con una lunga serie di altri animali evoluti, altrettanto affamati e quasi altrettanto scaltri, che gli contendevano il passo non tanto perché predatori essi stessi, e dunque eventualmente interessati all’uomo in quanto carne, o perché in competizione con l’uomo per le medesime risorse alimentari, ma proprio in quanto rivali morali, candidati distanti ma non del tutto implausibili a una condizione cosciente, e dunque al primato sul mondo. Questa contiguità originaria, questa rivalità ancestrale, maturata sulla base della percezione chiara di coscienze emergenti completamente estranee e pure almeno in linea di principio equipollenti a quella dell’uomo – l’anima dell’orso, del lupo, dell’aquila, dell’uro, del capro…  – ha lasciato alcune tracce specifiche nella mentalità primitiva, che ritroviamo alla base di tutte quelle correnti del “pensiero selvaggio” in cui il limite tra uomo e animale viene valicato di continuo, nei due sensi di marcia: l’animale che diventa uomo, nel totemismo, e l’uomo che ridiventa animale, nello sciamanesimo.

“I kurenti di Lancova Vas (Stiria slovena, febbraio 2010): muso, lingue e zanne di lupo in vesti di agnello, come i Luperci (”lupi-capri”) dell’antica Roma. (foto Antonella Mott, Carnival King of Europe II).

Il lupo è certamente in prima fila tra questi animali ancestrali, che fanno parte di una zoologia sui generis, in cui il confine interspecifico è sempre permeabile e valicabile, da lupo a uomo, e da lupo ad altri animali con cui molto spesso viene confuso, per esempio l’orso. Non c’è quindi solo il lupo dei proverbi, malvagio per antonomasia, ma anche quello dei fratelli Grimm, feroce ma stolido, strappato a chissà quale pantomima carnevalesca, capace di mangiarsi la nonna di Cappuccetto Rosso senza battere ciglio e poi di farsi riempire la pancia di sassi, per finire come il fantoccio del carnevale boemo, annegato in un fiume. Un personaggio sempre in bilico tra l’atroce e il comico, come il lupo dei tre porcellini, che ne disfa le casette di paglia a suon di peti (le “loffie”,  non a caso, e “loffia di lupo” è il nome della vescia dei boschi)…  Su un altro emisfero, quello mediterraneo, ecco la lupa capitolina, animale totemico della monarchia romana, certo più orsa che lupa, visto il profilo molossoide che le si riconosce, che è quasi umano e che, per una lupa vera, è quasi del tutto incongruo. Anche qui, più che animale da preda, la lupa del Campidoglio è opima nutrice dei gemelli, creatura semidivina generosa e feconda come la sua controfigura umana Acca, la madre dei Lari, fratellastri di Romolo, ed essa stessa “lupa”, ovvero “prostituta”, e quindi sicuro approdo terreno del dio Marte, che in origine era il dio della fecondità. Concepimenti, gestazioni, allattamenti e prime infanzie segrete, celate nell’umida penombra del Lupercale, la grotta, il bosco dei Luperci ai piedi del Palatino. Questi Luperci sono altre creature ibride, uomini-lupo, ovvero lupi-capri (lupus-hircus), interpretati da uomini proprio come nelle odierne mascherate, dove troviamo lupi in vesti di capra, o di pecora (“wolves in sheep’s clothes” è l’espressione inglese) come i moderni kurenti  (“currentes” alla latina, cioè corridori) dell’entroterra sloveno: cha hanno muso, lingua, denti e zanne di lupo, essendo però completamente avvolti di pelli di capra o di velli di pecora, a mo’ di curiosa sintesi totemica di fauci e di carne, di carnefice e di vittima.  Questo è il lupo della tradizione popolare, creatura ambigua, eternamente metamorfica, tra i poli opposti del feroce e del burlesco, del predatorio e, al contrario, di una feracità sessuale e lattifera del tutto sorprendente, in transito costante tra i poli opposti dell’animale e dell’umano. Per gradi, passiamo così dal lupo mannaro che ancora incute paura, al ragazzo-lupo dell’Auvergne, al Mowgli del Libro della Jungla, fino al lupo semiserio evocato dal compianto Lucio nazionale: “Attenti al lupo”, ma attenti a cosa?
Poi c’è il lupo vero. Quando eravamo piccoli a Basovizza sul carso triestino, certe donne del paese raccontavano dandosi un po’ di importanza che da lì accadeva piuttosto spesso di sentire i lupi: e con tanta convinzione che ci pareva quasi quasi di sentirli anche noi, la notte, tutt’uno con l’abisso di ignoto e di bora gelida che si apriva poche centinaia di metri più in là, oltre i reticolati del confine.
Poi ci hanno spiegato che il lupo, male che vada, è un innocuo smargiasso dei boschi, un killer per diporto, opportunista e vigliacchetto come tanti dei nostri cacciatori. Ma sarà difficile, per chi abbia provato quel brivido, sul carso triestino o altrove, guardare con simpatia al rinselvatichirsi del territorio, e all’inesorabile prossimo ritorno dei lupi.
Giovanni Kezich

Info: www.museosanmichele.it

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