Il futuro della Regina delle Dolomiti

4 marzo 2021

La valanga che il 14 dicembre scorso ha distrutto il rifugio Pian dei Fiacconi sul versante nord della Marmolada ha avuto l’effetto di riaccendere il dibattito sul futuro del turismo, sia invernale che estivo, in una delle aree più preziose delle Dolomiti non ancora totalmente invase da moderni impianti di risalita di grande portata e dalle conseguenti piste autostrade di neve artificiale. Oltre al rifugio la valanga ha anche distrutto la stazione di arrivo dell’attigua antica cestovia, dismessa dal settembre 2019, che era l’ultimo baluardo contro la realizzazione di nuovi impianti pesanti in grado di incidere profondamente sull’ambiente e sull’economia di questa montagna. Occorre subito notare che le più ottimistiche previsioni di numero di passaggi per un nuovo impianto in Marmolada in sostituzione di quello vecchio non ne giustificano affatto la realizzazione. Lo aveva detto anche l’ing. Andrea Boghetto, che pur raddoppiando i passaggi prevedibili si arrivava a 200.000 all’anno, ossia sotto la soglia di sopravvivenza. Stranamente Boghetto è ora consulente per il progetto del nuovo impianto pesante, in sostituzione del vecchio. La verità è che per raggiungere un numero di passaggi soddisfacente è necessario costruire un ulteriore impianto per raggiungere Punta Rocca, ossia una delle cime sciistiche della Marmolada, consentendo così il collegamento con la funivia che sale da Malga Ciapela sul versante veneto. Solo in  questo modo il modello dello sci  di massa, basato sui collegamenti e sul meccanismo di spartizione dei profitti in base al numero di bip generato dai passaggi, potrebbe garantire un adeguato ritorno ai fratelli Mahlknecht, i gardenesi che hanno acquistato la vecchia cestovia del 1974 da Filippo Graffer, figlio del fondatore della storica azienda di impianti a fune trentina. Non ci vuole molto a capire che i Mahlknecht hanno acquistato la cestovia per rottamarla e costruire al suo posto impianti pesanti di nuova generazione, raggiungendo prima o poi Punta Rocca.
Il fatto che le valanghe in Marmolada non siano affatto una novità e interessino periodicamente anche la costruenda stazione a monte del primo nuovo impianto progettato, individuato sulla cresta che sovrasta il rifugio distrutto, non sembra preoccupare più di tanto. In base al progetto la stazione verrebbe infatti costruita su di una specie di torre di cemento armato alta undici metri, non certo bella da vedere ma, a dire dei cosiddetti esperti di valanghe, sufficiente ad evitare nuovi disastri.

Una nuova stazione sciistica
Il progetto è chiaramente frutto di una visione del turismo di montagna consumistica e obsoleta, che richiede grandi investimenti di cui la pandemia ha messo in evidenza tutti i limiti e tutti i rischi economici, che si riflettono sulla comunità attraverso la pericolosa politica dei sussidi a pioggia e, nella normalità, nell’elargizione dei continui contributi d’esercizio necessari per non generare crisi nel sistema.  Il buon senso vorrebbe che in una situazione del genere si dicesse almeno basta a nuovi impianti e ci si limitasse a gestire in modo un po’ più intelligente quelli esistenti ma è evidente che così non è. I motivi sono tanti: i nuovi impianti fanno felice la maggior parte degli operatori locali, fanno lavorare una galassia di imprese (edili, meccaniche, elettroniche, turistiche, commerciali, ecc…), creano insomma valore aggiunto diretto, indiretto ed indotto, ossia una mole di ricchezza nell’immediato che nessun modello morbido è in grado di creare in ugual misura, non fosse altro perché sono fruibili per loro natura solo dalle persone che cercano un turismo di effettiva qualità, che per fortuna sono in continuo aumento ma sempre una minoranza rispetto alle masse di cittadini che scaricano le tensioni negli stadi e nei grandi lunapark, compresi quelli in quota. Non bisogna dimenticare che i praticanti lo sci da discesa e lo  snowboard sarebbero aumentati di circa l’ 11% nell’ultimo decennio, secondo l’ultima indagine di Skipass.

I contrari
Ma ritorniamo alla Marmolada. La realizzazione dei nuovi impianti pesanti sulla Regina delle Dolomiti è invisa non solo agli ambientalisti ma anche ai sempre più numerosi scialpinisti, agli amanti delle piccole stazioni con poche lente seggiovie e skilift, a chi ha ancora un minimo di senso estetico nel valutare la bellezza della montagna. Credo non piaccia neppure a Mario Vascellari, patron delle funivie venete che salgono da Malga Ciapela, che ha tutto interesse a mantenere la vasta area del ghiacciaio com’è, ossia un paradiso per i freerider che utilizzano i suoi impianti, senza dover spartire i guadagni dei diabolici bip con i fratelli Mahlknecnt. I nuovi impianti non piacciono neppure a Guido Trevisan, il titolare del rifugio distrutto, che afferma di non averne bisogno per rendere profittevole un nuovo rifugio, da costruire in un punto al sicuro dalle valanghe. Una cosa è certa: Guido non mi sembra proprio il tipo adatto a  gestire i bar-ristoranti in quota lungo le future piste, impropriamente chiamati rifugi, pur sapendo che se si tratta di galline dalle uova d’oro.
Anche la SAT, Società Alpinisti Trentini, ha preparato un documento ufficiale dell’associazione sul futuro della Marmolada che sarà presto reso pubblico. Esso si riallaccia a quello del 2015 contro la strategia di sviluppare la Marmolada tramite la costruzione di nuovi impianti di risalita. Ora la SAT chiede che la montagna venga ripulita dagli impianti dismessi, che venga ricostruito il rifugio Pian dei Fiacconi non necessariamente nello stesso punto, che si effettui un coraggioso cambio di modello di sviluppo, con la realizzazione di un parco per mantenere viva la memoria storica e culturale locale (il riferimento è soprattutto al Museo della guerra di Fedaia), nell’ambito di un piano organico di ripristino e rilancio dell’area del Lago e Passo Fedaia.

I favorevoli e gli incerti
Ma gli operatori di Fedaia, a quota 2057 metri, che con la vecchia cestovia vivacchiavano, cosa ne pensano? Sono loro infatti i diretti interessati. Vogliono l’impianto nuovo o credono nei modelli alternativi sostenibili che si sono rincorsi nel tempo, frutto di studi e ricerche, l’ultimo quello proposto dallo stesso Guido Trevisan, il prossimo quello della SAT? O hanno altre proposte da fare?
Walter Lorenz, figlio di Ermanno, noto maestro di sci e titolare del solare rifugio Cima 11 dove arrivano e si fermano volentieri gli sciatori, non ha dubbi che un nuovo impianto moderno ci vuole. A suo avviso gli scialpinisti ed i freerider che salgono con la funivia di Malga Ciapela per scendere lungo i meravigliosi fuori pista della  Lydia o di Infra i sass e si fermano a bere una birra al Cima 11 non bastano. Mentre le proposte di Guido Trevisan per sviluppare un turismo sostenibile facendo leva sulla storia, sulla cultura e sugli sport outdoor intorno al lago vanno bene come complemento, non come alternativa al nuovo impianto.
Valentino Baroni dello storico Bar Diga non ha preferenze sul modello di sviluppo, afferma di poter lavorare bene in ogni caso. Fa però presente che in inverno il versante nord della Marmolada non vede il sole fino a febbraio e che la strada di accesso da Canazei viene continuamente chiusa per il rischio valanghe. E che dopo 50 anni di prove è chiaro che le stazioni isolate come Pian dei Fiacconi non hanno futuro.

I rifugisti
Per Giuseppe Soraruf, titolare del rifugio-albergo Dolomia con 28 camere, la vecchia cestovia era più che sufficiente per la sua clientela fidelizzata ma ora, se non si fa nulla, nel giro di pochi anni Fedaia sarà abbandonata da tutti. Lui la cestovia aveva pure cercato di comprarla ma sciaguratamente i Mahlknecht hanno offerto di più a Filippo Graffer... Giuseppe aveva anche acquistato un gatto delle nevi per portare i clienti del suo albergo sugli impianti del lato veneto del ghiacciaio ma il rischio di valanghe del percorso lungo il lago di Fedaia lo hanno convinto ad eliminare questo servizio. A suo avviso i Mahlknecht sbagliano se pensano ad un turismo di massa anziché di qualità per la Marmolada. Secondo Giuseppe deturpare la montagna con un impianto pesante è un oltraggio alla bellezza e al buon gusto, un grave errore che pagheranno tutti molto caro. Il ghiacciaio deve infatti rimanere una mecca per scialpinismo e freeride, ossia per lo sci del futuro. Se proprio si vuole un collegamento con la giostra del Dolomiti Superski secondo lui è meglio realizzare un impianto di minor impatto ambientale sul versante opposto alla Marmolada, che funga da collegamento con quelli di Arabba attraverso Porta Vescovo e di qui con quelli che salgono da Malga Ciapela. Un minibus o un trenino potrebbero assolvere al trasporto degli sciatori da un lato all’altro della diga Fedaia. Faccio però notare a Giuseppe che per realizzare una pista di discesa su Fedaia da Porta Vescovo bisognerebbe fare sbancamenti colossali e predisporre numerosi paravalanghe, trattandosi di un pendio pericoloso e poco adatto allo sci. Per giustificare un impianto del genere bisognerebbe utilizzarlo solo per la salita, ossia per ritornare ad Arabba e a Malga Ciapela,senza realizzare piste di discesa su Fedaia. Una soluzione piuttosto forzata ma se questo fosse il prezzo da pagare per lasciare il ghiacciaio della Marmolada senza nuovi impianti forse la si potrebbe accettare.
Aurelio Soraruf, fratello di Giuseppe, è architetto e gestisce lo storico rifugio-albergo Castiglioni ubicato sul lato opposto della diga rispetto alla Marmolada, lungo la strada che collega Canazei al versante veneto. Secondo Aurelio “stiamo assistendo ad un processo di colonizzazione della Marmolada da parte di grandi capitali nel quale chi lavora e vive in questi luoghi è destinato a rimanere un attore di secondo o di terzo piano”. È anche critico sul progetto dei Mahlknecht, al riguardo ha scritto sui giornali che “è patetico affermare che la stazione di arrivo del nuovo impianto è sicura solo perché si costruisce un mastodonte di cemento armato alto sul cui impatto ambientale è meglio soprassedere”. L’unico progetto per raggiungere Punta Rocca da Fedaia senza incorrere nel rischio di valanghe era, sempre secondo Aurelio, quello della Commissione Parmesani, elaborato dall’Ing. Mario Pedrotti nel 2006, rimasto inspiegabilmente nascosto nei cassetti del Comune di Canazei forse “perché risponde più ad un programma di sviluppo territoriale che a logiche di lobby”. Non ci è dato di conoscere molto di questo progetto, ricordato anche da Aldo De Toni, già responsabile tecnico degli impianti di Malga Ciapela, come l’unico sicuro per le valanghe, in quanto sarebbe passato, con un grande pilone,  su Cima 11, proprio nel centro del ghiacciaio. Sull’impatto paesaggistico di tale progetto preferiamo non rilasciare commenti…
Devin Platter del rifugio-tavola calda Col del Cuch,  poco distante dal Castiglioni, non si pronuncia perché si definisce “di parte”:  lavora infatti per i Mahlknecht!
Una voce fuori dal coro è quella di Franco Davare, titolare da 20 anni del bar Vernel. Già dipendente dell’Enel addetto alla diga, poi gestore del rifugio Pian dei Fiacconi, Franco è un disilluso, critico e sarcastico nei confronti di tutti. Ritiene paradossale che proprio qui, dove il turismo invernale è nato per la Val di Fassa, si sia giunti a questo punto. Secondo lui solo il pioniere degli impianti a fune Giovanni Graffer è stato un vero imprenditore in Marmolada, capace con il suo entusiasmo di coinvolgere tutti. “Ha montato qui un impianto recuperato, i cestini che ora vengono venduti dai Mahlknecht a 250 euro più IVA come dei cimeli erano di lunghezza diversa. Li ha adattati e hanno funzionato perfettamente per quasi 50 anni”.  Franco considera i progetti di sviluppo sostenibili elaborati da Guido Trevisan e dalla SAT per la Marmolada  dei  “paliativi” perché “qui è chiaro che per sopravvivere economicamente ci vuole altro.  La vecchia poco impattante cestovia, quando era ben gestita,  era più che sufficiente e lo sarebbe ancora. Abbiamo cercato di comprarla ma non ci siamo riusciti. In questa situazione io non posso che stare a guardare, godendomi fin che si può la Marmolada così com’è, bellissima, senza turisti, davanti ad un buon bicchiere di prosecco…”. Franco mi invia un suo articolo sull’Adige di 20 anni fa, esattamente del 24 marzo 2011, di sconvolgente attualità, in cui parla del “degrado di Fedaia e descrive la cestovia, sua coetanea, come un malato terminale”. Ripensa “ai favolosi anni 60, quando eravamo ventenni entrambi, pieni di vita e di risorse…Vederla oggi morente, affetta da mali incurabili come l’incapacità, l’ignoranza… beh, mi piange veramente il cuore”. Conclude invitando “Mamma Provincia” a staccare la spina, a mettere fine a questo strazio per il primo impianto costruito in Italia, un impianto che Giovanni Graffer gestì con amore e dedizione fino agli anni ‘80. Purtroppo la Provincia non ha avuto bisogno di staccare la spina: ci hanno pensato i Mahlknecht e la valanga.
Telefono a Filippo Graffer, sperando che mi dica che rimpiange anche lui la cestovia del padre, per confortarmi un po’. Niente affatto, Filippo mi dice che anche suo padre aveva come obiettivo di raggiungere Punta Rocca con gli impianti, che aveva già preparato i plinti di cemento armato che qualcuno fece saltare con la dinamite…. “Oggi – dice Filippo – l’obiettivo non può che essere lo stesso, da realizzare però con impianti moderni, chiusi, automatici, veloci, perchè la gente vuole quelli. I Mahlknecht lo sanno benissimo, un impianto monco fino a Pian dei Fiacconi non renderà mai abbastanza, ci vuole il collegamento”. Filippo mi parla poi dei rilevamenti fatti per conto di Mario Vascellari dal grande alpinista ed esperto di valanghe André Roch, direttore del Centro Valanghe di Davos. Tali rilevamenti ignoravano, guarda un po’, lo sperone, allora giudicato sicuro dalle valanghe (anche se in effetti non lo era…), dove ubicare la stazione intermedia dell’impianto. “ Roch – continua Filippo – riconobbe il suo errore e modificò poi  le carte. Purtroppo però questo non bastò a far cambiare idea ai politici trentini, contrari a promuovere lo sviluppo dello sci sulla Marmolada. Nel  2003 essi dettero addirittura a Mario Vascellari l’autorizzazione a far passare il terzo tronco della funivia di Malga Ciapela su territorio trentino, un’autorizzazione a mio parere illegittima.” Sui progetti di sviluppo sostenibile senza impianti che si sono rincorsi nel tempo, Filippo si limita a dire che si tratta di utopie irrealizzabili.

Adattare le abitudini all’ambiente
Sento infine Guido Trevisan, all’apparenza un visionario appassionato di montagna ma nella sostanza un ingegnere ambientale preparato che, nella sventura, sa guardare avanti con molto realismo. “Dobbiamo adattare le nostre abitudini all’ambiente, anziché fare il contrario. Se riuscirò a  ricostruire il rifugio lo farò in armonia con la natura”, premette Guido.  E continua: “ quello che trovo scandaloso è veder cavalcare l’onda della sciagura per rilanciare la costruzione di un nuovo impianto molto più grande del precedente, con più cemento armato per proteggerlo. Pensa che sull’elicottero del sopralluogo fatto dai Mahlknecht a Pian del Fiacconi dopo la valanga c’era anche il neo sindaco di Canazei, oltre ai giornalisti e agli esperti di valanghe al loro servizio. Anziché soffermarsi sui danni al vecchio impianto e al rifugio hanno colto l’occasione per promuovere l’impianto nuovo”.
Il rapporto affettivo che lega Guido alla Marmolada lo porterà probabilmente a fare del suo meglio per costruire un nuovo rifugio. Ma dove? Ovviamente in un posto più sicuro, visto che è decisamente contrario alla costruzione di mostruosi paravalanghe per proteggerlo. Ma esiste un luogo del genere, visto che su tutto il versante nord della Marmolada, anche a Fedaia, con le valanghe bisogna imparare a convivere?
Certo che esiste! Me lo indica un grande esperto e conoscitore delle montagne trentine come Tarcisio Deflorian, presidente della Commissione sentieri della SAT e coordinatore della collana in 6 volumi “…per sentieri e luoghi del Trentino”. “Dal rifugio Pian dei Fiacconi – afferma Tarcisio – transita il sentiero alpinistico SAT 606 che collega il rifugio Castiglioni al rifugio Contrin per Forcella Marmolada. Più volte mi sono chiesto perchè lo si è voluto realizzare lassù anzichè nei pressi della Sforcela Col de Bousc, luogo protetto naturalmente dalle valanghe, dove già nel corso della Prima guerra mondiale erano stati posti insediamenti, come testimoniano i ruderi tuttora presenti. È solo 150 metri di dislivello più in basso del Pian dei Fiacconi e si trova al crocevia con il sentiero 619 “Via dei Rusci” per Pian Trevisan, uno dei più interessanti delle Dolomiti di Fassa. Sicuro, più vicino (1 ora) dai parcheggi di Fedaia, con minori problemi per l’approvvigionamento idrico, energetico e per lo smaltimento dei reflui. Immagino che il gestore ci abbia già pensato…”

Col de Bousc
Da scialpinista affezionato a questa montagna, mi sono più volte fermato al Col de Bousc. È un luogo che non si può dimenticare per la sua grandiosità, anche nelle stagioni della neve. Solare, con una vista impareggiabile sul grande massiccio. Molto meglio di Pian dei Fiacconi, dove un rifugio aveva un senso solo perché ci arrivava la cestovia. Spero che, come dice Tarcisio, Guido ci abbia pensato e che possa ottenere i permessi per ricostruire lì il suo rifugio che, per buona parte dell’anno, in inverno e in estate,  è anche la sua casa. Spero che quel mirabile panorama sulla Regina delle Dolomiti che offre il Col de Bousc non sia devastato dal nuovo impianto pesante con i suoi 9 grandi pali, con le sue piste autostrade protette da staccionate, con il suo bunker di cemento armato di arrivo. Spero infine che il nuovo sindaco di Canazei Giovanni Bernard, commercialista di professione, chiarisca di non condividere interessi personali con i Mahlknecht, ponendo fine ai continui dubbi di odiosa commistione fra politica e mondo degli affari a cui si deve gran parte dello scempio di cui sono state oggetto negli ultimi 50 anni le Dolomiti.
Giorgio Daidola

Commenti: 4 commenti

  1. Roberto Scala scrive:

    Ottimo articolo, che ben illustra la situazione e soprattutto gli interessi in campo. Interessi non sempre della montagna, purtroppo.

  2. Roberto Aruga scrive:

    Ringrazio Giorgio per l’invio di questo articolo, che testimonia di un lavoro serissimo e approfondito di inchiesta e di (sacrosanta) denuncia. Purtroppo tutto gira sul triangolo cittadini-turisti / autorità pubblica (della provincia autonoma in questo caso) / imprenditore-affarista. Se un domani l’autorità si trovasse di fronte un pubblico di elettori maturi e rispettosi dell’ambiente (quelli che di fronte a una politica serva del primo affarista che si presenta, alla successiva scadenza elettorale manderebbero il politico dritto a casa) per un elementare effetto a cascata il triangolo smetterebbe per incanto di girare in un certo modo e la montagna sarebbe salva (o non ulteriormente snaturata). Ho detto una cosa ovvia, ma questo è il meccanismo, non c’è altro modo di fermarlo. Purtroppo l’educazione del pubblico è un’impresa titanica e incerta, che comunque richiede tempi lunghi. Naturalmente resta giusto in ogni caso fare il possibile, da parte di ognuno di noi, per salvare le montagne che ci stanno intorno. Ringrazio solo il fatto di abitare in Piemonte, dove, tutto sommato, l’isteria antropizzatrice delle montagne mi sembra meno acuta rispetto ai Monti Pallidi.

  3. Giorgio Daidola scrive:

    Tenevo a precisare che, dopo la consegna di questo articolo per la pubblicazione, a Guido Trevisan è stata assegnata la gestione del bel rifugio Caldenave in Lagorai. Questo gli permetterà di lavorare nei prossimi anni. L’eventuale realizzazione di un nuovo rifugio in Marmolada richiederà infatti parecchio tempo.
    Un ulteriore precisazione: la settimana scorsa sono apparsi sui giornali locali articoli sul nuovo documento della SAT relativo alla Marmolada. Purtroppo questo documento dice ben poco di nuovo e soprattutto non indica come i vituosi obiettivi che si pone possono essere in concreto realizzati. C’è inoltre in questa conversione ambientalistica del CAI (e della SAT) qualcosa che andrebbe chiarito, per renderla più credibile. Pochi sembrano infatti ricordare che Furio Bianchet, importante presidente della sezione CAI di Belluno negli anni cinquanta e sessanta, è stato l’ideatore della funevia che da Malga Ciapela sale a Punta Rocca…Coerenza vorrebbe che il CAI prima di firmare appelli inneggianti alla Marmolada incontaminata recitasse almeno un mea culpa. Oltre alle decisioni del CAI non andrebbero anche dimenticate quelle a dir poco vergognose della giunta provinciale trentina di quei tempi, capeggiata da Lorenzo Dellai, che approvò quell’impianto e pochi anni dopo anche quelli che deturparono per sempre la Val Giumela. Un po’ di memoria storica non guasterebbe insomma e forse eviterebbe che gli attuali politici al potere fossero tentati di comportarsi con analoga scelleratezza.

  4. Karin scrive:

    Grazie per questo articolo davvero molto interessante, che illustra vari punti di vista, pur mantenendo una coerenza di pensiero, e descrive anche alcune soluzioni per mantenere la Regina delle Dolomiti accessibili alle persone in maniera pulita e sostenibile.

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