Gli abeti di Mario Rigoni Stern

14 gennaio 2019

Sono più di 300.000 gli alberi sradicati o spezzati dal vento nell’altipiano dei Sette Comuni durante la tempesta dello scorso 29 ottobre. Non è stata la natura a determinare lo sconvolgimento, è in atto una preoccupante accelerazione dei cambiamenti climatici, questa bufera è stata solo uno dei mille segnali di allarme pervenuti dal nostro pianeta negli ultimi anni. Senza un veloce e deciso taglio delle emissioni di anidride carbonica e dei gas responsabili dell’effetto serra, le modifiche del clima avranno conseguenze sempre più distruttive e irreversibili.
Mario Rigoni Stern, l’autore di storie epiche e vere come “Il Sergente nella neve” ma anche di racconti ambientati tra le montagne dell’altipiano, come “Arboreto salvatico” e “Il bosco degli urogalli”, non avrebbe incolpato la natura; avrebbe ricordato che dall’ambiente naturale gli uomini dovrebbero prendere gli interessi senza intaccare il capitale. E avrebbe difeso ancora una volta le montagne, che per avidità, cinismo e ignoranza si pretende di sfruttare oltre ogni limite, con il cemento o con impianti per lo sci di discesa sempre meno innevati di neve vera.


Mario Rigoni Stern al Piccolo San Bernardo, 14 settembre 2001. Foto: Pascal Lemaître

Era il novembre del 2007 quando vidi per l’ultima volta Mario Rigoni Stern. Lo ricordo ancora mentre mi indica dal terrazzo di casa la collina dove è ricordato il Moretto, il giovanissimo partigiano la cui morte ha raccontato in “Un ragazzo delle nostre contrade”: ormai accerchiato dai nazifascisti e senza più pallottole era precipitato da uno dei muraglioni di Cima Isidoro.
«Lei è salito sulle ‘mie’ montagne della Val d’Aosta e del Piemonte, e poi su queste dell’altipiano, ma non è mai salito su quella collina». Non potevo chiedergli di accompagnarmi, camminava a fatica per una malattia improvvisa che di lì a pochi mesi non gli avrebbe dato scampo, e gli chiesi di indicarmi la strada.
«Vede, io non riesco ormai nemmeno a salire una collina piccola come quella, ma segua la direzione del mio braccio: non può sbagliare. Vada lassù, è importante».
Camminai per il sentiero che risale la collina di Putareche e, in breve tempo, mi trovai davanti alla lapide dei partigiani, a un paio di chilometri dalla casa dello scrittore: si tratta della passeggiata che Rigoni amava fare con il suo cane prima dell’imbrunire, risalendo la collina. Durante il cammino, da alcuni anni si costeggia sulla destra quel che resta delle trincee di scena del film “Torneranno i prati” di Ermanno Olmi, sulla sinistra invece, un’alta e ingombrante croce bianca disturba la magnifica vista sulla vallata di Asiago. Quando la mulattiera entra nel bosco di faggi e abeti si arriva quasi subito in una radura, lì si può vedere la lapide con inciso il nome di Giuseppe e Rinaldo Rigoni, prima giovani malgari, poi alpini, poi partigiani di Giustizia e Libertà, e una frase: “Che su queste montagne caddero sotto il piombo nazifascista, per la libertà. I compagni a perenne ricordo. Tu che passi sosta e medita”. Rigoni scrisse a mano la prima stesura del racconto “Un ragazzo delle nostre contrade” in un menabò, narrando proprio la storia di Rinaldo Rigoni detto ‘il Moretto’. Nella prima pagina Rigoni aggiunse in alto una dedica “Ai compaesani delle contrade a nord, che in anni bui lottarono uniti per la libertà di tutti”, più in basso incollò con l’adesivo un mazzetto di stelle alpine, scrivendo sotto “Raccolte dove è caduto il Moretto”.

Durante certi tramonti senza nuvole i rami degli alberi disegnano ombre sorprendenti sulla lapide, nella radura solo vento e silenzio. A qualche decina di metri c’è la “sedia dell’artigliere”, una roccia scolpita da un anonimo soldato della Grande Guerra per consentire un po’ di riposo, fumando un sigaro, a lui e ai suoi commilitoni. Tutt’intorno, in parte coperti dal sottobosco, si scorgono resti di trincee.
Sono poi tornato tante volte in quella collina, camminando ben oltre quel piccolo spiazzo; il bosco è davvero bello, silenzioso e poco frequentato, denso di colori e odori, specie in autunno. La mulattiera diventa presto sentiero, e sale tra alti abeti verso la cima del Monte Zebio, cara a chiunque abbia letto “Un anno sull’altipiano” di Emilio Lussu o abbia percorso almeno una volta quei luoghi.
L’ultima volta che sono tornato a camminare lassù, dopo la tempesta di ottobre, ho visto una gran desolazione, specie nella parte iniziale, quella della lapide del Moretto.
Alberi divelti dal vento e altri tagliati perché ormai pericolanti, la radura era irriconoscibile. Non era una devastazione totale dei boschi come quelle avvenute ai lati della strada che da Asiago porta al Passo Vezzena o nella Piana di Marcesina, ma era comunque un piccolo disastro che infondeva una gran malinconia e il timore che quel luogo non sarebbe più stato lo stesso. La magia dei colori autunnali, non ancora svanita in novembre, contrastava con l’innaturale stato orizzontale di alberi antichi e altissimi. Guardavo a terra le cime degli abeti, ancora brillanti di verde tenero, e che fino a pochi giorni prima sfidavano il cielo. Il silenzio era lo stesso di sempre, poco vento, memorie lontanissime; mi sono seduto sopra uno dei tronchi abbattuti, e ho liberato la tristezza che avevo addosso. Poi il ritorno, con la voglia di rileggere certe pagine di Rigoni, pensando che quelle storie non ce le porterà via nessuno.
Giuseppe Mendicino

Commenti: 1 commento

  1. Silvia scrive:

    Grazie per aver riportato alla luce questa storia.

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