Ghiacciai delle Alpi: che aria tira?

22 ottobre 2020

La stazione meteorologica di Sils-Maria, a quota 1804 m in posizione centralissima nella catena alpina (presso St-Moritz, Engadina, a pochi chilometri dal confine italiano) vanta una delle serie di dati più lunghe delle intere Alpi (dal 1864), aggiornate e omogeneizzate da MeteoSvizzera. Qui la tendenza all’aumento della temperatura media del periodo giugno-settembre, il più significativo per gli effetti del caldo sui ghiacciai, è di 0,1 °C al decennio se si considera l’intera serie di un secolo e mezzo, ma cresce a ben 0,5 °C/decennio se ci si concentra sul periodo 1990-2020 in cui il riscaldamento globale antropogenico si è palesato in tutta la sua rapidità, e l’aumento termico complessivo in 157 anni di osservazioni ammonta ormai a +1,5 °C. D’altronde, tutte le dieci estati (giugno-settembre) più calde della serie ultrasecolare appartengono ad anni successivi al 1990, con quella storica del 2003 che per ora si mantiene salda al vertice, mentre quella del 2020 si è collocata in decima posizione.
Ecco che, in questa situazione climatica, la gran parte dei ghiacciai, salvo quelli più elevati a ridosso di Monte Bianco, Monte Rosa, Bernina, Ortles, alla fine della stagione di fusione (settembre) si trova talora completamente al di sotto della linea delle nevi permanenti, spesso situata a 3500 m e oltre, e resistono solo in virtù della loro inerzia (servono molti anni a far scomparire apparati glaciali che, pur medio-piccoli, hanno volumi di svariati milioni di metri cubi).
Guardando ai dati di bilancio di massa raccolti nel quadro delle campagne coordinate dal Comitato glaciologico italiano (www.glaciologia.it) e radunati dal World glacier monitoring service di Zurigo (www.wgms.ch), vediamo che tra il 2010 e il 2019 si sono persi spessori totali di ghiaccio, da Ovest a Est, equivalenti a lame d’acqua di circa 14,8 m al ghiacciaio Ciardoney (Gran Paradiso), 14,6 m al Gries (alto Vallese), 8,8 m al Basodino (Canton Ticino), 10,9 m al Silvretta (Grigioni), 16,9 m al Careser (Ortles-Cevedale), 9,3 m al Vernagtferner (Oetztal, Austria) e 12,1 m all’Hintereisferner (Alpi Venoste austriache), tassi di fusione pressoché raddoppiati rispetto agli Anni 1980.
Un momentaneo sollievo, soprattutto sulle Alpi centrali, è derivato dalle stagioni 2012-13 e 2013-14, segnate da grandi nevicate invernali ed estati non troppo calde (perfino fresca e nuvolosa quella del 2014), tanto che diversi ghiacciai beneficiarono di ormai rari episodi di bilancio positivo (nel 2014, +1,37 m al ghiacciaio del Lupo, Orobie valtellinesi, +0,47 m al ghiacciaio di Fontana Bianca, Alto Adige).
Si è trattato tuttavia solo di un rallentamento temporaneo della deglaciazione, presto vanificato dalle ingenti perdite di massa degli anni seguenti e in particolare del 2015, 2016 e 2018 (talora oltre 2 m di spessore glaciale perduto a 3000 m).
Un nuovo catasto glaciologico delle Alpi compilato sulla base di immagini satellitari Sentinel-2, analizzate sulla rivista Earth system science data anche dall’Università di Milano (articolo “Glacier shrinkage in the Alps continues unabated”), indica che i 4395 ghiacciai dell’intero arco alpino coprono attualmente circa 1800 km2 di area, in riduzione del 14% dal 2003 e del 60% rispetto a metà Ottocento.

Crolli, collassi e laghi effimeri
In questo contesto di rapida trasformazione e involuzione dell’ambiente glaciale, sono stati osservati fenomeni di vario genere, per lo più legati all’instabilità delle pareti rocciose soggette allo scongelamento del permafrost, o non più “sorrette” dai margini dei ghiacciai in smagrimento (più crolli rocciosi e frane), oppure alla crescente quantità di acqua di fusione, sopra o intorno ai ghiacciai (moltiplicazione di laghi “effimeri” d’alta quota).
Tra i crolli rocciosi recenti segnaliamo quelli sul lato nord della Punta Tre Amici (Monte Rosa, bacino Locce-Belvedere, 17 dicembre 2015), sul versante nord-est del Monviso (26 dicembre 2019 e giugno 2020), ma soprattutto il grande collasso della parete nord del Pizzo Cengalo. E’ proprio lo scongelamento del permafrost una probabile concausa di questo episodio, tra i più spettacolari della storia alpina nel suo genere, con crollo di circa 4 milioni di m3 di roccia che al mattino di mercoledì 23 agosto 2017, preceduto da altri episodi meno gravi fin dal 2011, ha squassato la parete settentrionale della celebre montagna di 3.369 m in territorio svizzero presso il confine con la Valtellina. Il tremendo impatto ha disintegrato un piccolo ghiacciaio sottostante (Vadrec dal Cengal) provocandone l’istantanea fusione oppure la liberazione di un serbatoio d’acqua endoglaciale, cosicché una potente colata di detriti si è propagata fino a Bondo (Val Bregaglia) travolgendo 12 edifici e seppellendo ponti e strade, seguita da una replica due giorni dopo. Dispersi per sempre 8 escursionisti, ma i danni sarebbero stati ancora maggiori senza il bacino di contenimento realizzato a protezione dell’abitato dopo i primi episodi del 2011-2012 e il previdente sistema di monitoraggio e allarme messo in atto dalle autorità elvetiche. A conferma della crescente instabilità dell’alta montagna con il riscaldamento atmosferico, una frana simile per tipologia e volume – ma senza vittime – si staccò il 18 settembre 2004 dalla Punta Thurwieser (alta Valtellina).
Quanto ai laghi glaciali a rischio di improvviso svuotamento, dopo la sequenza di fenomeni di fine Anni Novanta-inizio Anni Duemila (in particolare il lago del Rocciamelone tra Val Susa e Savoia, drenato artificialmente nel 2004-2006 dalle autorità francesi, e quello “Effimero” del Belvedere, Monte Rosa, teatro di una imponente operazione di Protezione Civile nel 2002-2003 ma poi svuotatosi lentamente per cause naturali), si sono aggiunti almeno tre nuovi casi significativi.
Il 14 agosto 2016 un lago proglaciale al ghiacciaio Grand Croux (Gran Paradiso) si è svuotato rilasciando alcune decine di migliaia di metri cubi d’acqua che hanno mandato in piena il torrente Valnontey a Cogne, senza far danni ma con evacuazione precauzionale di turisti. Un successivo svuotamento, pure senza effetti, si è verificato a fine luglio 2020. Nel frattempo, le autorità valdostane avevano predisposto un sistema di monitoraggio e abbassamento controllato del livello lacustre, per limitare i rischi alluvionali a fondovalle.
Più subdolo e pericoloso il serbatoio d’acqua nascosto all’interno del ghiacciaio di Tête Rousse (3.200 m, versante francese del Monte Bianco), già responsabile nel luglio 1892 di una catastrofica inondazione a St-Gervais-les-Bains, in cui morirono ben 175 persone. La “poche d’eau” è stata riscoperta nel 2010 tramite una prospezione radar del laboratorio di glaciologia di Grenoble (già Lgge; oggi Ige, Institut des géosciences de l’environnement) e subito è stata avviata una febbrile campagna di sorveglianza e drenaggio delle acque, dapprima tramite pompaggio, e in seguito (2016) con scavo artificiale di canali di deflusso.
In Svizzera, presso il ghiacciaio della Plaine Morte, tra Vallese e Bernese, il grande Lac des Faverges (volume variabile intorno a 2 milioni di m3, a quota di circa 2750 m) ogni estate a partire dal 2011 si è riempito e poi svuotato naturalmente attraverso l’attivazione di un condotto subglaciale. Gli episodi di svuotamento, della durata di 3-9 giorni, non hanno causato finora gravi danni, ma il 27 luglio 2018 la piena della Simme ha raggiunto i 95 m3/s, e grazie al sistema di telesorveglianza sul ghiacciaio (webcam e sensore di livello) è stato possibile evacuare un ristorante e un campeggio a valle. La successiva costruzione di un canale artificiale di drenaggio ha permesso di controllare meglio i rischi, tuttavia a seguito della sua occlusione da parte di residui di neve invernale si possono comunque verificare rilasci improvvisi di acqua dal lago, come avvenuto il 7-8 agosto 2020.
Passando al crollo di porzioni di ghiacciaio, a fare notizia nelle estati 2019 e 2020 è stato il ripido ghiacciaio di Planpincieux, sul versante italiano del Monte Bianco (Courmayeur). Già sorvegliato speciale da alcuni anni da parte delle autorità valdostane, l’apparato ha mostrato evidenti fratturazioni e improvvise accelerazioni del flusso glaciale che lasciavano presagire un grande collasso del settore frontale con coinvolgimento della sottostante Val Ferret. Sebbene i crolli facciano parte della normale dinamica dei ghiacciai sospesi, la sempre maggiore quantità di acqua liquida in circolazione d’estate (e il suo temporaneo congelamento in occasione di brevi periodi più freddi) genera fenomeni di sovrapressione interna che instabilizzano grandi masse di ghiaccio. Risultato: chiusure della strada della Val Ferret, evacuazione di abitanti e turisti, e stretta sorveglianza del comportamento del ghiacciaio tramite riprese fotografiche ad alta qualità (attive già dal 2013) e rilievi radar grazie a una collaborazione tra Fondazione montagna sicura e Cnr-Irpi di Torino. Tuttavia al momento fortunatamente si sono innescati solo distacchi di modesta entità.
A tutto ciò si aggiunge la tendenza alla disgregazione delle lingue frontali di grandi ghiacciai come Prè de Bar (Monte Bianco), Lys (Monte Rosa) e Forni (Ortles-Cevedale), impedendo la prosecuzione di serie secolari di misura delle variazioni frontali (attive dal 1812 nel caso del Lys, e interrotte nel 2017 dopo aver rilevato un arretramento di circa 1,8 km dal culmine della Piccola Età Glaciale a metà Ottocento).
A fine agosto 2020, inoltre, un grande collasso ha interessato la lingua del ghiacciaio del Mandrone (complesso glaciale dell’Adamello, il più grande d’Italia con i suoi 16 km2 di superficie totale a ridosso del confine Lombardia-Trentino), dando origine a una sorta di dolina circolare del diametro di un centinaio di metri, fenomeno che prelude probabilmente al successivo disfacimento della lingua nei prossimi anni.

Veleni sui ghiacciai
Ma gli effetti sui ghiacciai dell’Antropocene, l’attuale epoca geologica segnata dai deleteri impatti delle attività umane, non si esauriscono con il già preoccupante riscaldamento globale. I venti trasportano ad alta quota, su lunghe distanze, molti composti nocivi, tra cui isotopi radioattivi e pesticidi.
Sul ghiacciaio di Morteratsch (Grigioni) l’analisi della crioconite – fine e scuro sedimento detritico che costella la superficie glaciale, facilitandone spesso la fusione e creando piccole cavità simili a “coppette” – ha rivelato la presenza di elementi radioattivi derivanti da test e incidenti nucleari come cesio-137, americio-231 e bismuto-207, oltre a zinco, mercurio e arsenico. Deposte con le nevicate, tali sostanze si sono conservate per decenni concentrandosi temporaneamente proprio in questi “fori crioconitici”, da cui vengono poi rilasciate con la fusione del ghiaccio, sebbene diluite in quantità non direttamente pericolose. Lo afferma lo studio “Cryoconite as a temporary sink for anthropogenic species stored in glaciers” pubblicato nel 2017 su Nature – Scientific Report da un gruppo di ricercatori coordinato da Giovanni Baccolo dell’Università Milano-Bicocca. Si tratta dei primi approcci a un fenomeno geochimico amplificato dalla deglaciazione, e ancora in gran parte sconosciuto.
Un altro studio sempre della Bicocca, pubblicato nel 2019 su Environmental Pollution (“Spatial-temporal analysis and risk characterisation of pesticides in Alpine glacial streams”) ha identificato la presenza diffusa di pesticidi utilizzati in agricoltura in Pianura Padana, e trasportati dalle correnti atmosferiche, in una carota di ghiaccio estratta a 4.250 m sul Monte Rosa, ma anche in campioni di acqua di fusione raccolti presso altri ghiacciai, dal Bernina al Similaun. Nemmeno i territori più elevati delle Alpi (ma anche i Poli) rimangono incontaminati.

In futuro solo brandelli
Tornando al ghiaccio che se ne va, cosa potrebbe riservarci il futuro? Poiché, nonostante il lock-down da Covid, le concentrazioni globali di gas serra continuano ad aumentare seguendo uno scenario “business-as-usual” (nel maggio 2020 si sono raggiunte le 417 parti per milione, probabilmente un massimo da 23 milioni di anni), salvo improvvisi ripensamenti dell’umanità l’aumento delle temperature proseguirà, peraltro lungo la linea dello scenario più pessimistico delineato dai modelli di previsione climatica, con incrementi termici globali dell’ordine di 4-5 °C entro il 2100. Così, in assenza di politiche climatiche incisive, oltre il 90% del volume glaciale delle Alpi potrebbe scomparire entro il 2100, lasciando brandelli di ghiaccio solo sopra i 4.000 metri. Lo dice lo studio “Modelling the future evolution of glaciers in the European Alps” coordinato da Harry Zekollari del Politecnico di Zurigo e presentato all’Assemblea 2019 della European Geophysical Union a Vienna.
L’effetto di tale evoluzione comporterà fenomeni di gravità crescente da monte a valle: perdita di attrazione turistica dell’alta montagna oggi ancora glacializzata, diffuse instabilità dei territori d’alta quota (aumento delle frane, incisione di morene durante piogge intense sempre più frequenti, con aggravamento del trasporto solido durante le piene), riduzione della disponibilità estiva di acqua per agricoltura e produzione idroelettrica, ma, soprattutto, l’inesorabile incremento dei livelli marini, alimentato in gran parte dalla fusione delle calotte di Groenlandia e Antartide.
Nel settembre 2019 è stato diramato il rapporto speciale Ipcc su oceani e criosfera (“The Ocean and Cryosphere in a Changing Climate”) che descrive i massicci cambiamenti già osservati nell’insieme dei ghiacciai e degli oceani mondiali, tra cui perdite totali di ghiaccio dell’ordine di 650 miliardi di tonnellate all’anno (media 2006-2015), corrispondenti a 1,8 mm di incremento annuo di livello marino (metà dell’aumento osservato, cui contribuisce anche la dilatazione termica dell’acqua, divenuta pure essa più calda). Oltre al 90% del ghiaccio alpino di cui abbiamo già parlato, entro il 2100 potrà scomparire, come succederà per circa un terzo di quello globale, con aumenti dei livelli oceanici probabilmente anche superiori al metro. Un fenomeno in grado di inondare le terre oggi abitate da centinaia di milioni di persone, costrette a epocali migrazioni con temibile innesco di conflitti e crisi socio-sanitarie su scala globale.
Quando in un caldo pomeriggio d’estate vediamo sgorgare impetuoso un torrente dalla fronte di un ghiacciaio, riflettiamo su come quell’acqua, per secoli immagazzinata in forma solida, presto o tardi andrà a ridefinire la geografia di luoghi e la storia di intere comunità umane distanti anche migliaia di chilometri.
Daniele Cat Berro, Società Meteorologica Italiana, Redazione Nimbus

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