Cambia l’inverno e in Piemonte si riscopre la montagna

10 novembre 2017

Non ci sono più le stagioni? Non è vero, semmai ci sono altre stagioni. Il climate change, che sia o meno di origine antropica, è conclamato. E i suoi effetti sono palesi, inquietanti.
Gli ecosistemi perdono i punti di riferimento. La Natura non sa a quale legge attenersi. E i componenti della specie probabilmente responsabile di tutto ciò iniziano a farsi domande. Homo tecnologicus, abitante della parte più fortunata del globo, inizia a cambiare abitudini. Troppo poco, si dirà, ma il fenomeno è avviato e investe ogni branca dell’esistenza. Compreso il tempo di non lavoro.
Soprattutto, il tempo di non lavoro. Che ha bisogno di essere “liberato” da schemi e riti consolidati. È l’altro turismo, brutta e incompleta definizione coniata per inquadrare un fenomeno che in realtà non è nuovo, anzi, risale al tempo di Goethe e al suo viaggio in Italia. Ma soprattutto non è “di nicchia”. Ma crea economia, eccome.
Il turismo dolce, slow, di scoperta, di ri-scoperta. Che si rivolge all’intorno con occhio più attento. E scopre l’altra montagna. La vera montagna. In tutte le stagioni. Perché ci sono ancora le stagioni.

L’inverno? C’è ancora
La nebbia? Evento raro, un ricordo quasi. Anche i milanesi, nella loro fretta quotidiana, se ne sono accorti. E la neve? Evento più raro ancora. In pianura misere spolverate, quel che serve per ingentilire per qualche ora il paesaggio. E in montagna? Capita che la neve non arrivi, o che la pioggia si spinga sopra quota 2000, e non in modo occasionale.
Oggi la neve però si programma. Il problema è che costa. Acqua, energia. E all’ente pubblico tocca intervenire. Nuovi invasi si progettano, dalla Granda alle Dolomiti. È sostenibile? Fino a quando lo sarà? La domanda è lecita. Ma soprattutto esiste una risposta. La risposta. E sta nella neve vera, naturale, che ancora cade, basta attendere. E se non cade è uguale, perché la montagna, quella vera, ha altro da offrire. Dall’Appennino alle Lepontine.

In Piemonte c’è anche l’Appennino…
…ma molti cittadini piemontesi non lo sanno. All’estremo sud-est dell’alessandrino, i dolci rilievi del Monferrato si alzano in montagne che non t’aspetti. Perché ti aspetteresti il mare, ma il mare è oltre, per vederlo devi salire sui crinali. Solo allora l’occhio può perdersi in una distesa di luce liquida, e nei giorni di tramontana lo sguardo può veleggiare dal Bernina alla Corsica.
Non si tratta solo di suggestioni, ma di natura e paesaggio esclusivi. Per questo, da quelle parti si sta pensando a tutela e valorizzazione intelligenti: il Parco naturale dell’Appennino piemontese. Un parco come progetto di futuro, marchio di qualità ambientale.
Sui 1700 metri del Monte Chiappo, fra Val Borbera e Val Curone, s’incontrano quattro regioni. E l’inverno è stagione propizia per un viaggio di crinale da Capanne di Cosola a Capanne di Carrega, toccando il limite orientale del Piemonte.
Valli scabre e profonde, wilderness e ameni pascoli, s’incontrano più a ovest, nel Parco delle Capanne di Marcarolo. La quota non è alpina, ma quando l’aria fredda risale da oriente la piana del Po per unirsi alle brezze marine è neve. Tanta. E allora con le ciaspole si può salire sul Monte Tobbio. Mille metri appena, Genova è lì sotto. Ma, complice il vento, il vestiario abbondante è d’obbligo.

Quant’è lunga la Valle Tanaro
È l’impressione di tanti. Ceva, Garessio, Ormea, la svolta per il Col di Nava. Fin quassù arrivava il treno, un vero peccato che così non sia più. Perché si potrebbe partire per la Balconata direttamente dalla stazione di Eca Nasagò.
La Balconata di Ormea è un viaggio a bassa quota su un versante inondato di sole, dove l’inverno arriva di rado. Ben diverso è l’ambiente delle Navette. Occorre la neve d’inverno per apprezzare come si deve la splendida lariceta che ricopre la testata della valle. E dalla cima del Missun ancora una volta lo sguardo si distende sul mare.
La Val Tanaro è il volto meno noto del Parco naturale del Marguareis. Il lato a solatio, dal quale la montagna simbolo del parco si presenta anonima. Ben diverso è l’aspetto sul lato nord, in Valle Pesio. Quando la congiuntura climatica è amica, grazie all’orientamento favorevole la valle offre neve fino a bassa quota e si può andare sugli sci stretti da San Bartolomeo al Pian delle Gorre. Il Marguareis è lontano, freddo, repulsivo. Non così le foreste di abete bianco, rifugio perfetto per caprioli e ciaspolatori. Si sale all’ombra delle fronde del Buscaié per uscire alla luce di Pian del Creus. Luce effimera del mezzogiorno, quando il sole si concede per un breve tempo sull’orizzonte.
Oltre la Valle Vermenagna il granito subentra al calcare. E la montagna si fa severa davvero. Alpi Marittime, dove l’inverno detta regole rigide. Ma ogni regola ha la sua eccezione. Palanfré è l’eccezione: lo confermano i numerosi estimatori che dalla borgata salgono alla Garbella o alla Planard.
Alle Marittime appartiene anche la Valle Stura (di Demonte). Argentera si candidava a base di decollo per elisciatori, ma la cosa è caduta e così nei valloni laterali l’inverno significa ancora silenzio. Sono davvero tanti gli sci-alpinisti che da Borgo San Dalmazzo risalgono la valle fino al Colle della Maddalena dove la neve, grazie alla quota, si presenta sovente copiosa fin dall’autunno.

foto Piero Pelassa

Valle Maira: niente impianti, niente elicotteri
Se in Valle Stura gli sci alpinisti sono tanti, ancor di più frequentano l’attigua Valle Maira. La valle ha fatto della neve non attrezzata un segno distintivo. E la scelta ha pagato: è ormai consuetudine che a doppiare d’inverno la boa di Dronero siano turisti provenienti da ogni dove. E in ogni vallone laterale la tipica cadenza della Granda si combina a idiomi d’oltralpe. Winter wanderer che hanno trovato un ambiente congeniale alle loro esigenze. Accoglienza di qualità e neve naturale.
E sui versanti al sole, in particolare nella media e bassa valle, le tappe dei Percorsi Occitani sono un’ottima alternativa quando la neve si fa attendere.
Appena a nord sta la Valle Varaita, gemella della Valle Maira per collocazione geografica e climatica, ma solo in parte per scelte strategiche. In alta valle capita infatti di vedere (e sentire) elicotteri in volo con sciatori a bordo.
Però c’è il rimedio. Che ha l’aspetto maestoso e il profumo di resine dei pini dell’Alevé. La più estesa cembreta alpina, da un paio d’anni compresa nel Parco del Monviso, è quanto di meglio si possa desiderare per “andar con le ciaspole per boschi”. Pendii aperti e accoglienti s’incontrano invece nella media valle, nel Vallone di Rore, ideale anche senza neve in virtù dell’esposizione a solatio. Da queste parti i sentieri si chiamano “viol”, ma la loro funzione non cambia: sono fatti per camminare. E camminando si può guadagnare senza difficoltà il crinale divisorio con la Valle Po. Da dove lo sguardo si posa sulle borgate di Ostana, sparse sul pendio a sud della Punta d’Ostanetta. Come la Val Maira Ostana è un caso. Un esempio di lungimiranza e scelte sagge. La differenza sta nel Monviso che monopolizza il cielo di occidente. Un guaio, perché a volte, salendo sul sentiero che collega le borgate, la sua presenza cattura l’attenzione e non consente di apprezzare come si deve i mirabili interventi di recupero architettonico.
Il Monviso è vicino anche dai crinali che dividono dalla Val Pellice. Ma arrivarci d’inverno non è cosa facile e può essere opportuno fermarsi al Prà. La splendida conca è ospitale anche nella stagione delle ombre lunghe, con il sole che lambisce l’orizzonte.
È tutto fuorché invitante la bassa Val Germanasca d’inverno. Da Perosa la strada cerca un passaggio in un vero budello. Che tuttavia accresce l’aspettativa dei visitatori: usciti nella conca di Prali le cose cambiano e ben lo sanno gli sci alpinisti che, grazie all’orientamento dei pendii, trovano spesso condizioni propizie. Se invece da Perosa si tira dritto la strada offre ben diverse prospettive. Per trovare sorprese occorre lasciare il fondovalle e salire a Prà Catinat. Il versante “Chisone” del Parco Orsiera Rocciavré si presenta in questa zona disponibile in ogni stagione. E molti ne approfittano per andare sulla strada che sale nel lariceto per raggiungere la solatia conca dell’Alpe Selleries, dove si può trovare “rifugio” ai piedi della Cristalliera.
In alta Val Chisone la pista olimpica di fondo che si allunga in Val Troncea non ha bisogno di presentazioni. E l’omonimo parco naturale si caratterizza come una vera oasi di silenzio e natura a un tiro di schioppo dalla montagna luna park.
La Val Sangone è il volto mattutino del Parco Orsiera Rocciavré. In estate, l’esposizione a oriente favorisce la formazione di dense foschie. Al contrario, d’inverno si sperimenta il privilegio di lasciare alla pianura le venefiche nebbioline per alzarsi, sci o ciaspole ai piedi, nei Valloni della Balma o del Ricciavré.


Benvenuti nelle valli olimpiche
Così recita una scritta all’ingresso della A32 Torino-Bardonecchia. Promozione parziale e anche ingannevole, perché correndo sull’autostrada si salta la bassa Val di Susa dove l’inverno offre infinite possibilità di scelta. Il versante a solatio, ad esempio, in virtù delle particolari condizioni climatiche e dell’ambiente xerico, è ideale per l’escursionismo invernale con pedule alla scoperta di specie botaniche esclusive. Leccio, ginepro rosso, ragion prima dell’istituzione delle riserve naturali degli Orridi di Foresto e Chianocco. Orridi in realtà solo di nome, veri scampoli di Mediterraneo sulle Alpi.
Salite le scale di Susa si entra in una valle diversa: per assetto socio-economico e ambiente. Ma la natura protetta è un dato comune. E protetto è il Gran Bosco che copre l’envers della valle fra Sauze d’Oulx e Salbertrand. Monfol è punto di partenza per un viaggio di ciaspole alla portata di tutti. Resine e ombra di abeti e cembri, ma la meta, come annuncia il toponimo, è al sole: Grange di Seu. Non torneresti indietro.
Lo Chaberton a occidente ricorda tempi guerreschi, quando i confini erano limiti davvero. Oggi invece i cannoni sparano simil-neve e si va sci ai piedi da Sauze al Monginevro. Funivie, seggiovie, skilift: è la Via Lattea, vera costellazione di impianti a fune. La quiete tuttavia non si trova distante anni luce: basta imboccare una stradina laterale e si entra nella splendida Val Thuras. Nei giorni esenti dall’eliski vi si può ritrovare la magia dei tempi dei pionieri, quando sul Terra Nera e sulla Dormilleuse era silenzio e vento. E la Ramiere era esclusiva di pochissimi esploratori. Lontana come un polo magnetico.
Sono in cerca di identità le tre Valli di Lanzo, “giardino dei torinesi”. A indicare una via possibile è il paese di Balme, salito all’onore delle cronache quale primo comune in Italia ad aver deliberato il “No Eliski”. L’esempio virtuoso è stato citato anche in Parlamento e, grazie anche all’improvvisa notorietà, il piccolo centro nell’alta Valle di Ala, dalla lunga storia alpinistica (Balme, paese delle guide), si è guadagnata un’assidua frequentazione invernale. Un via vai di escursionisti, sci o ciaspole ai piedi, anima da gennaio ad aprile il Pian della Mussa, splendido sotto la neve.
Un’appendice delle Valli di Lanzo: così è considerata la Valle di Corio, o Val Malone. Opinione incauta e frettolosa, perché in realtà questa valle prossima alla pianura è autonoma, dal punto di vista orografico e geografico (appartiene al Canavese). Ma soprattutto si differenzia in quanto a scelte, orientate senza remore al turismo dolce. Ne è dimostrazione la capillare opera di recupero dei sentieri che consentono una frequentazione varia in ogni stagione. Dalle basse quote alle sommità. E dal Monte Soglio lo sguardo è conteso: da un lato la pianura e dall’altro le cime del Gran Paradiso. Dove guardare? Un bel problema.

foto Maurizio Dematteis
Gran Paradiso, d’inverno un bel problema
In effetti, le montagne del versante piemontese del primo parco italiano sono tutto fuorché adatte a una tranquilla frequentazione invernale. Ma, a ben pensarci, è questo il loro valore aggiunto. In condizione sicure di innevamento è un’esperienza raccomandabile salire sulla strada per il Colle del Nivolé, in alta Valle dell’Orco (chiusa ai motori). Binocolo a tracolla, pronti a scandagliare i versanti alla ricerca della tipica fauna alpina. E non diverso, in alta Valle Soana, è salire da Campiglia al Pian dell’Azaria. I camosci che occhieggiano tranquilli dalle balze, alti sul fondovalle, ribadiscono che quel mondo è loro. A noi il compito di rispettarlo.
Oltre il Gran Paradiso sta la Valchiusella. Che in realtà nella parte prossima alla pianura non è affatto chiusa. Non per nulla la valle un tempo non era considerata una ma due, di caratteristiche diverse e complementari. Valchiusa era detta la parte alta, oltre Traversella (mai toponimo fu più azzeccato), Valle di Chy la parte bassa, dalle forme accoglienti e con una rete di percorsi ideali per gli inverni avari di neve.
Il profondo solco della Dora Baltea interrompe la continuità del viaggio sulle montagne piemontesi. A est del Mombarone è subito biellese. Avevamo lasciato l’abete bianco in Valle Pesio, sul lato opposto della regione, e ora lo ritroviamo qui, in Val Sessera, sulla montagna di Trivero, dove si osserva una colonia autoctona. L’unica dell’intera fascia prealpina dal Canavese al Lago Maggiore.
Ed è ancora l’abete bianco lo spunto per proseguire il viaggio. Boschi importanti sono diffusi anche in diverse zone della Valsesia e creano habitat confacenti al camminare d’inverno. Nei dintorni di Carcoforo e di Rima, ad esempio, entrambi comuni del Parco naturale Alta Val Sesia e Strona. Il primo vinse nel 1991 il premio “Villaggio ideale”, conferito dalla rivista Airone nella sezione comuni montani. Il secondo è noto per le raffinate abitazioni, segno di un passato florido dovuto all’esclusiva maestria nella lavorazione del marmo artificiale.
Esterno al parco è il Vallone d’Otro. Appartato e discosto dal Monte Rosa e dai caroselli dei freerider, il vallone costituisce un mirabile esempio dell’organizzazione pastorale Walser, restituita oggi dai villaggi dall’architettura intatta. Da Alagna si sale in un fitto bosco di conifere e si esce sul piano di fronte alla chiesetta di Follu. Un’immagine classica d’estate, e decisamente suggestiva d’inverno, con i prati e i sei villaggi che riposano sotto la neve e il Corno Bianco sullo sfondo. Bianco, non solo di nome.
Se Otro sotto la neve è una meraviglia, si pensi Campello Monti. Sempre di Walser si tratta: giunti dalla Valsesia valicando la bocchetta omonima (o di Rimella), i montanari vallesani scesero in Valle Strona, ma sul fondovalle non proseguirono oltre. E chi è stato lassù ne comprende la ragione. La strada d’inverno si ferma a 900 metri, oltre è monopolio di valanghe. Ma, con neve ben assestata, vale davvero la pena ciaspolare i 5 chilometri per arrivare al villaggio e salire gli scalini che salgono alla chiesa. Intorno? È silenzio.

È ancora Piemonte l’Ossola?
Oppure una terra “ibrida”, lontana e sfuggente. Che spinge a nord le montagne piemontesi, costringendo lo spartiacque principale a un’insenatura nel paese dei cantoni. Un’insenatura in un mare di montagne. Le valli laterali come fiordi. Un fiordo è la Valle Anzasca, la valle del Monte Rosa. La parete est della montagna concede una fugace apparizione a quanti corrono sulla superstrada del Sempione. Un lampo di luce, meglio non distrarsi e uscire per salire a Macugnaga, per concedersi più dappresso questo lembo di Himalaya sulle Alpi.
Da Villadossola s’incunea la Valle Antrona, con il parco di recente istituzione. E da Domodossola la Val Bognanco, valle d’acque e di inattesi altopiani: da San Bernardo al Passo del Monscera, per affacciarsi sulla profonda Zwischbergental.
Più a nord l’Ossola si chiama Val Formazza. Oltre Premia una rotabile sale a Salecchio, inferiore e superiore, villaggi walser intatti e, soprattutto, benedetti dal sole. Per trovare il sole in Val Vannino, ciaspolatori e sci-alpinisti sono usi concedersi la seggiovia che da Valdo eleva oltre il bosco. Con energie intatte ci si può così incamminare verso la remota Punta d’Arbola.
E “remoto” è Riale. La sua chiesetta sul poggio è un’immagine classica, un’icona apprezzata dai fondisti che pattinano nella piana. Con le ciaspole o gli sci si può salire all’imbocco della Val Toggia, ma ben pochi osano spingersi verso il Passo San Giacomo. D’altronde, più a nord, anche il Piemonte non va.
Nel mare di montagne ossolane c’è anche l’Alpe Devero, che condivide con la gemella Alpe Veglia lo status di parco naturale. Ma se Veglia d’inverno è irraggiungibile, Devero si concede senza problemi. Anche troppo secondo taluni, e non sono in pochi a rimpiangere il tempo in cui la strada non c’era e l’Alpe bisognava guadagnarsela, salendo il sentiero da Goglio. Ma a Devero non è lo spazio a mancare e fra il Grande Est e il Grande Ovest si sperimenta una dimensione inusuale per la montagna piemontese.
E se la neve scarseggia? Val Vigezzo! Che vuol dire Vigezzina, nome dal timbro dolce e musicale di un treno. Un’esperienza di mobilità dolce per guardare dai finestrini la conca di Domodossola mentre ci si alza lenti fra i boschi. E poi uscire sull’altopiano incontro alla Svizzera e al quel ramo del Lago Maggiore che accoglie il Ticino.
Si chiama Via dei Torchi e dei Mulini la mulattiera che taglia a mezza montagna sul lato destro della valle principale, tra il Sacro Monte Calvario e Villadossola. Si va tra piccoli e ben conservati borghi. E tra un borgo e l’altro, tra un torchio e un mulino, lo sguardo si concede il fondovalle. Poi si alza sul versante opposto: sui monti della Val Grande.

Non sono fatte per l’inverno le montagne della Val Grande
Ma salire sul Monte Faiè è possibile in ogni stagione. Sulla cima si è vezzeggiati dalle brezze tiepide che salgono dal Lago Maggiore, in bilico fra due mondi, vicini eppure lontanissimi. A mezzogiorno, il lago si allunga nella pianura. A oriente, il Monte Pedum simboleggia l’anima selvaggia e primordiale del parco. Area “wilderness” a una manciata di chilometri dal Verbano.
Non sono fatte per l’inverno le montagne della Val Grande. Eppure c’è chi ha trascorso l’intera stagione nel cuore del parco nazionale. Tim Shaw, tedesco, guida ambientale, nell’inverno 2012 ha soggiornato per cinque mesi in solitudine nel bivacco sulla cima del Monte Mottac. Un rifugio spartano, un’esperienza estrema di introspezione.
Estrema? È davvero così? Non è forse una prova più estrema ancora partecipare al rito collettivo della coda alla funivia, del parcheggio intasato di auto, della frenesia domenicale?
E non è forse estremo ricoprire ettari ed ettari di montagna con neve che non è neve, perché dal cielo quella vera non cade? Se gli inverni non sono più quelli di un tempo, la montagna, quella vera, ha altro da offrire.
Toni Farina

Nessun commento.

Replica