10 anni di politiche per la montagna

29 settembre 2019

Abbiamo vissuto insieme dieci anni intensamente. Li ho tenuti in archivio i pdf di Dislivelli e le pagine “html” catturate dal video. Ripercorrerle, seppur velocemente, permette di andare oltre i necessari e affettuosi auguri alla rivista. Perché i dati che emergono da quei magazine sono almeno tre. E non riguardano esclusivamente dieci anni di politiche per la montagna. Mi soffermo in questa breve analisi sugli obiettivi che Giuseppe e Maurizio Dematteis, con Federica Corrado e Enrico Camanni e almeno un centinaio di persone che hanno scritto sulla rivista – me compreso – avevano posto proprio all’inizio dell’avventura. Informare bene e fare ricerca. Pilastri. Comunicazione e approfondimento. Questo è il primo punto che voglio rimarcare. Perché non c’è politica e non c’è sviluppo senza una grande preziosa comunicazione. E non c’è comunicazione se non andiamo oltre il percepito e, squarciando il velo, analizziamo, uniamo, rafforziamo, riflettiamo, pensiamo. Pensiero e operosità. Questo è il primo punto che in dieci anni ha fatto da filo rosso alla rivista e alle attività dell’Associazione. Con la quale Uncem, con il Presidente Lido Riba, con tantissimi Amministratori di Comuni montani, si è confrontata sempre e ha cercato di definire percorsi congiunti migliori. Insieme, approfondimento e buona informazione sono diventati formazione. Cultura.

I dieci anni che abbiamo vissuto hanno richiesto uno sforzo grande da parte di chi ha ricoperto ruoli istituzionali e associativi. Sono cambiati sistemi normativi, assetti di governance, migliaia di Amministratori si sono alternati alla guida degli Enti locali e della Regione in un decennio. Ecco il secondo punto da focalizzare. In dieci anni sono arrivate nuove idee, leggi nazionali, investimenti di risorse, strategie, progetti, programmi, piani… Per la montagna, gli Enti locali, i territori, le Amministrazioni locali, la Pa, gli Enti territoriali. È naturale, lo scorrere inesorabile del tempo porta con sé il cambiamento. Ma di una cosa possiamo essere certi. Non ci siamo fatti troppe volte sorprendere e quasi sempre abbiamo guidato il cambiamento. Almeno, lo abbiamo compreso senza restare ostaggio del “piccolo mondo antico” che si insinua con astuzia tra le valli di Alpi e Appennini. In Piemonte è successo un po’ di tutto soprattutto se guardiamo all’assetto istituzionale. Quello cioè che deve essere adeguato alle sfide che gli Enti locali devono vincere: favorire lo sviluppo sociale ed economico e riorganizzare i servizi. Ne sono successe un po’ di tutti i colori. Avevamo, prima del 2009, 48 Comunità montane, le abbiamo passate a 22, salvo poi accorgerci tutti, con la Regione, che erano un po’ troppo grandi e la norma nazionale spingeva per un sistema di Unioni che siamo riuscite a far riconoscere come montane e che oggi proseguono il loro lavoro riunendo 553 Comuni montani del Piemonte. Di fatto, in mezzo a queste riforme continue, non sempre chiare ai Sindaci e mai alle comunità, abbiamo dovuto aspettare fino allo scorso marzo per riuscire a scrivere una organica legge sulla montagna, con il Piemonte che ha fatto ancora una volta scuola in Italia. Lo abbiamo detto e motivato che le politiche nazionali per le aree montane sono nate qui, tranne l’articolo 44 voluto da Michele Gortani che ha aperto una strada decisiva. Il Piemonte, va scritto chiaro, in dieci anni – anche con colori opposti al Governo della Regione, ma soprattutto con migliaia di Sindaci e Amministratori determinati, appassionati – ha sempre stanziato risorse per il sistema di Enti montani, per la protezione del territorio e delle fonti idriche (con i fondi Ato), per favorire il lavoro insieme dei Comuni. Penso agli importanti nomi di tecnici e politici susseguitisi negli anni. Difficile dire se le risorse economiche regionali per la montagna siano cresciute o diminuite in un decennio. Diversi i capitoli di bilancio attivi, diversi dal passato gli obiettivi di spesa. Su fondi europei regionali (fondi strutturali e programmi di cooperazione) gli Enti locali sono cresciuti e hanno capito che la programmazione comunitaria è la chiave di volta delle politiche di sviluppo. Ora dobbiamo decidere se saremo in grado di orientare alla maggior concretezza le disponibilità sulla programmazione europea 21-27. Ma avremo modo di lavorarci.

Terza grande sfida  è capire cosa si sia mosso sul livello nazionale, da sempre il più complicato. Nel 2009 uscivamo dalle sentenze della Corte costituzionale che avevano stabilito come esclusiva regionale le competenze sulla montagna. Uscivamo dalla Casta di Rizzo e Stella. Si apriva la stagione dell’antipolitica con Vaffaday e tutto il resto. Politicamente, le aree rurali hanno incanalato mobilitazione e disuguaglianze in modo disomogeneo con qualche riferimento cambiato nel corso degli anni. I partiti “tradizionali” non hanno del tutto compreso la posta in gioco. E i risultati si sono visti per loro nelle urne. Di certo però gli ultimi dieci anni hanno chiuso di fatto la fase dell’assistenzialismo, durata fin troppo, e aperto un percorso che ancora oggi non è del tutto definito. Nelle politiche per i territori, sono sempre più le cose che mancano di quelle che abbiamo, quelle che non arrivano rispetto a quelle che arrivano da politica, palazzi, istituzioni centrali. Alcuni segnali dicono però che un quadro sul quale impostare nuove mobilitazioni e piattaforme, esiste: la legge 158/2017 sui piccoli Comuni, la riattivazione del “Fondo integrativo per i Comuni montani” nel 2014, la legge sulla green economy 221/2015, il nuovo Codice forestale nazionale. E ancora la Strategia nazionale Aree interne, il Piano nazionale Banda ultralarga in particolare per le aree bianche a fallimento di mercato. Manca molto. A partire da una differenziazione sulle politiche per l’erogazione dei servizi, una fiscalità peculiare per le zone montane, un quadro istituzionali che restituisca dignità (e meno responsabilità oggettive) ai Sindaci, capacità impositiva ai Comuni, riequilibrio fiscale sull’ambito, rapporti sussidiari tra livelli di Enti locali, Regioni e Stato.
Dislivelli ha (anche) raccontato tutto questo. Con voi però, voglio sperare che il giudizio della maggioranza dei lettori (non può certo essere unanime) sia volto a rilevare che non ci siamo persi nelle vicende burocratiche, nei meandri dei palazzi, nella freddezza della norma. Per Uncem sarebbe stato possibile, forse una implicita mission statutaria. In dieci anni, Dislivelli ha saputo guardare al senso vero e positivo della cosa montana. Non si è persa in polemiche e rimpianti. Non ha guardato alla valle verde trionfante passatista e non ha giocato nel futuribile e nel probabile. Ha raccontato storie, politiche, comunità facendo analisi e informazione – lo dicevo – che in fondo sono testa e cuore dei territori. Lo ha fatto richiamando tanti lettori e amici, amici lettori. Uncem, noi tutti siamo stati tra questi e lo continueremo a essere. Anche un po’ autori, in un fitto dialogo con i territori che Dislivelli ha fatto crescere, maturare, incontrare.
Marco Bussone

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